Forme indeterminate

Piero Orlandi

 

Mi trovo, con tutti voi che guardate, in una città non grande, fatta di casette a uno o due piani, uni- o bi-familiari, e proprio per questo sembra una piccola città, forse di mare. Però il mare qui dalla strada dove cammino non si vede, forse lo si potrebbe vedere salendo sui balconi al primo piano. Se sui balconi ci si potesse andare. Ma non ci sono porte per entrarci, né scale per salirci, e così sono costretto a continuare a camminare restando fuori dalle case e giù dai balconi. A quanto sembra, da queste case non si può nemmeno uscire, insomma lo spazio che conformano non è pensato per me, per noi, anzi è contro di me e mi impedisce – anziché consentirmi – mi impedisce di fare le cose che si fanno attraverso lo spazio: entrare, uscire, salire, scendere. Anche i miei sensi sono limitati, non posso vedere nulla intorno a queste case, solo piccoli lacerti di giardini e nient’altro, né montagne né strade, né pali della luce né persone, insomma niente di quello che di solito si vede in una città. Non vedo le finestre, non vedo le automobili, finestre e automobili sono gli elementi primari del paesaggio urbano, insieme con le facciate delle case e i nastri grigi delle strade. E poi non sento voci, c’è silenzio, anzi in un certo senso non c’è nemmeno silenzio, c’è più che altro una mancanza di suoni, il silenzio è quando tacciono gli uccelli, la gente, i musicisti di strada e tutto il resto, ma qui, nella città che dipinge Reali, non ci sono uccelli né auto, e dunque non c’è né rumore né silenzio. C’è un’aria densa, non è trasparente se non proprio qui davanti ai miei occhi, tutto intorno c’è un’atmosfera opaca, lo sguardo non riesce a perforarla, non vedo oltre. Non vedo altro che le forme equivoche che Reali mi consente di vedere, ma non mi è dato di capire con precisione a che distanza sono queste forme, la mancanza di una distanza chiara non mi consente di sapere se sono davvero case o invece sono oggetti, ferri da stiro o strumenti di lavoro, automobili o macchinari obsoleti. Sono forme indeterminate. Non ne sono note le dimensioni perché non hanno relazioni percepibili con l’intorno, intorno non c’è niente, oppure poco, e da questo poco non posso capire se quelle aree verdi sono giardini o campi coltivati, praterie o vasi di fiori, se quei selciati sono cortili o marciapiedi, spazi pubblici o privati, e dove portano, e dopo quanto si arriva.

Ma se, una volta visto quello che vedo in questa strana città, ci voglio ragionare su, e mi chiedo se mi piace o no, se è bella o brutta, se la riconosco come antica o moderna o semplicemente vecchia, e soprattutto se è vera o falsa, o anche solo verosimile, allora il mistero diventa sempre più difficile da decifrare. Vero il paesaggio di Reali non sembra, ma se è falso è comunque costituito da elementi veri, perché i muri sono della materia dei muri, le luci disegnano ombre che sono ombre, e dunque con gli elementi veri Reali costruisce un paesaggio che pare falso, così come il sorriso critico, sardonico, glaciale con cui guarda le cose lo porta a produrre dei ritratti immaginari di cose e case per le quali viene spontaneo provare affetto, non ostilità, magari compassione, e dunque un sentimento che non giudica ma condivide.

L’artificio di Reali produce un paesaggio artificiale, decisamente artificiale, di naturale ci sono solo i gerani – saranno poi gerani? – e i giardinetti – saranno poi giardinetti o è l’idea del giardinetto, il ricordo del giardinetto, il desiderio di un giardinetto? Questo succede perché a lui interessano le forme, più che i colori, i colori possono essere quelli o altri, cambia poco, l’effetto è sempre lo stesso, una miscela di realismo e di surrealismo e di irrealismo. E le altre poche cose naturali che ci sono, nei suoi dipinti, il cielo e le ombre, la terra e il mare, anche queste sono idee, in quei dipinti c’è l’idea del cielo, non c’è il cielo davvero, c’è qualcosa sopra quella che sembra una casa, qualcosa che sembra il cielo. Quella di Reali è una poetica in stallo, non si va né indietro né avanti, e anche chi guarda non sa se andare dentro a quel paesaggio, provandone un certo disagio o scappare da quel paesaggio che però lo attrae. Uno stallo, davvero. Il pittore si accorge del mio, del nostro stupore e confessa: “Questo è il mondo che mi sono creato, e non posso farne a meno”, deve inventarlo e riprodurlo continuamente, è la sua ossessione, e la sua pittura è il modo con cui si libera di questa ossessione ponendola fuori da sé, ma al tempo stesso è il modo con cui ubbidisce a questa ossessione, dedicandole tutte le sue giornate. L’ossessione però non dobbiamo vederla come se fosse una vicina parente della sofferenza, no, è invece – anche in amore lo è – una possibile evoluzione della passione, e spesso avere un’ossessione è una cosa quasi tranquillizzante, perché senza si starebbe perfino peggio, in preda alla noia.

Anche noi, come lui, non possiamo fare a meno del nostro paesaggio quotidiano, odi et amo, odiamo questa specie di carcere dove siamo imprigionati ma al tempo stesso lo amiamo, siamo dei carcerati di noi stessi, e a forza di osservare da quella finestra sempre le stesse cose abbiamo le allucinazioni, e le vediamo diverse, un po’ mostruose, cariche del mistero che ogni cosa osservata a lungo butta fuori. Il mistero che coglieva e raffigurava anche De Chirico, naturalmente è questo che ci viene in mente osservando Reali, ma non un mistero così aristocratico, bensì più popolare e massificato, più operaio o contadino, più legato a quegli anni del boom quando operai e contadini sono diventati proprietari delle case al mare.

Per le finestre vuote di infissi, per le strade vuote di gente, per i colori delle case e per la loro tendenza a parere cose viene in mente Sironi, e per i cieli piatti. Ma quelle di Reali non sono periferie, per la semplice ragione che non sono agglomerati di case e fabbriche ma ritratti di singole modeste costruzioni, non c’è il sentore della folla, delle masse, ci si aspetta di vedere sbucare al massimo un individuo singolo e solo. Queste costruzioni-costrizioni paiono davvero un inno, per quanto dissonante, alla mitologia del secondo novecento, la casa unifamiliare sul mare o nella campagna o alla periferia della piccola città. Siamo nelle Marche, dunque, non potremmo essere altrove. Quale altra regione italiana ha il mare, le piccole città e la campagna tanto quanto le Marche? E infatti Reali ha vissuto le Marche per tutta la vita, e il resto del mondo l’ha visto soprattutto attraverso la pittura, che sia Hopper o Morandi, e di Morandi ha la sedentarietà e il silenzio.

A Sirio – lo chiamo ormai per nome, lo sento davvero amico, per quanto è capace con le sue immagini di comunicarmi tutti questi sentimenti – a Sirio piace viaggiare per le strade intorno alla sua casa – che guarda caso è una casa unifamiliare in mezzo alla campagna – guardando tutto, ma senza porsi l’obbligo di capire tutto, non gli piace chiedersi cosa c’è là dentro quelle costruzioni, dietro ai muri, dietro alle facciate, dietro ai balconi, non vuole saperlo, e non vuole sapere nemmeno cosa è successo prima e cosa succederà dopo, non ama la narrazione, o comunque non è la narrazione che i suoi dipinti sottendono, ma il momento, il puro momento, l’istante. Quelle finestre murate, dove non si riconosce quasi più la traccia del riempimento, coperta dall’intonaco, dalla tinta e dal dilavamento della tinta nel tempo, quelle finestre che un tempo erano aperte e adesso chissà perché non lo sono più e non si sa da quando non lo sono più, sembrano narrare qualcosa, ma Reali non dice cosa, e forse non gli importa nemmeno. Viene in mente l’aggettivo grottesco, nel senso di troppo accentuato, tanto da sfiorare la deformità o l’assurdità. Dice: io sono lì, sono lì davanti alle case, e se c’è qualcosa che mi importa narrare, è narrare di me stesso, dire che sono uscito, ho camminato, mi sono trovato di fronte a quella casa, l’ho osservata a lungo e a forza di osservarla l’ho deformata con il mio pensiero, con il mio ricordo di qualcosa d’altro, di simile o di diverso, l’ho trasformata in una casa mostruosa, deforme e misteriosa. Tutto questo posso farlo perché sono sempre da solo, cammino da solo, dipingo da solo, scelgo da solo dove andare, sento da solo cosa mi attrae e cosa no, e da solo mi domando cosa succederebbe a me e a quella casa se io… e poi non finisco di chiedermi cosa, mi interessa solo il punto di trapasso tra il reale e l’irreale, ma non configurare l’irrealtà, solo abbandonare la realtà e transitare per quel punto di equilibrio. Di equilibrio, sì. Sono in equilibrio, in quel momento, e i miei dipinti registrano quell’equilibrio, l’equilibrio è precisamente il punto che non si può mantenere, è un punto da cui si transita, i corsi e i ricorsi della storia, di ogni storia. A me interessa figurare l’equilibrio tra il concreto e il possibile, tra il bello e il brutto, tra il nuovo e l’antico, tra l’uguale e il diverso, e potremmo continuare. Anche la natura la raffiguro così in bilico, dice Sirio: il mare è lontano e sembra che debba sparire da un momento all’altro dalla faccia della terra, le ombre danno incertezza, le descrivo non come appartenenti agli oggetti che si vedono ma portate da oggetti che non si vedono e proiettate su quello che si vede nel quadro. Una volta, dice, ho fatto una casa con l’ombra di un albero stecchito lì vicino. Una cosa triste? No, piuttosto una cosa senza speranza, quella che proprio manca in queste pitture è la speranza, ma perché è un sentimento non necessario: speranza di cosa, speranza perché? Sforziamoci di guardare in faccia il mondo così com’è, non è una questione di pessimismo, perché anzi Sirio vuole dare un assetto alle cose, ma il suo assetto è quello lì, quello che vediamo. Descriviamolo, e basta. Prendiamone atto. Possiamo amarlo lo stesso.

Le amo, dice Sirio. Amo le case, questo è evidente a tutti. Le case, le case, le case. Le case per amarle davvero non devi conoscerle troppo, aggiunge. Non devi sapere come sono dentro, devi sentirne il mistero. Devi guardarle a lungo e poi dipingerle, magari… ascoltando intanto Mahler e sentendoti il tardo romantico che non sei, che non puoi più essere, ma che ti piacerebbe essere stato.

Sirio Reali è nato a Macerata nel 1943, dove ha frequentato l’Istituto Statale d’Arte. Prosegue i suoi studi a Roma, Accademia di Belle Arti, sezione Scenografia. Inizia l’attività artistica nel 1966. Dal 1970 al 1990 insegna all’Istituto Statale d’Arte di Macerata. Nel 2011 ha partecipato alla Biennale di Venezia nel padiglione Italia-Marche. Nel 2014 si è tenuta a Palazzo Buonaccorsi, a Macerata una sua personale dal titolo “Macchine, Finestre, Balconi, Case”.

Hanno scritto di lui Fulvio Abate, Giulio Angelucci, Paola Ballesi, Massimo De Nardo, Flaminio Gualdoni, Anna Li Vigni, Gian Ruggero Manzoni, Ruggero Morresi, Cristina Petrelli, Nino Ricci, Franco Solmi, Italo Tomassoni.

Abbiamo il piacere di segnalare che il nostro progetto “6.5 una casa” approda in Triennale a Milano, all’interno della mostra “Ricostruzioni“, che apre il prossimo 29 novembre.
Siamo presenti con un album fotografico appositamente realizzato per questa occasione e con il libro edito da Danilo Montanari. Chi fosse interessato ad acquistarlo può richiedercelo scrivendo a spazio.lavi@gmail.com.

 

Ricostruzioni | La Triennale Milano | giovedì 29 novembre 2018  ore 19.00 (.pdf)

Lucia Biancalana nasce a Perugia nel 1993. Si trasferisce a Roma per la triennale in Disegno Industriale, e poi a Urbino, dove frequenta la specialistica di Illustrazione presso l’ISIA. Attualmente lavora come illustratrice e grafica, e si concede uno spazio per i progetti personali tra le pagine di piccoli taccuini.

A cura di Elena Orlandi

 

La galleria degli specchi

 

Un’estate, due mesi scarsi, passati a girare quattro città, in mano un cellulare e un taccuino. Da questi pochi ingredienti è nato il progetto I am, you are di Lucia Biancalana.

Alla fine del suo percorso di studi, tornata a casa senza sentircisi fino in fondo, in attesa di capire come occupare davvero il suo tempo, una soluzione parziale è tornare a cercare gli amici e intanto soffermarsi a osservare il mondo. Nasce così una serie di fotografie, in cui persone sconosciute vengono prima immortalate istantaneamente e senza troppo riflettere e poi riportate su un piccolo taccuino che Lucia porta sempre con sé.

“La mia casa era altrove ed erano le persone” dice Lucia ricordando quel periodo.

Con i colori acrilici e poche ore di tempo a disegno, ricostruisce una specie di album fotografico e artistico di uomini, donne, bambini, con cui non parlerà mai eppure che un poco ha cominciato a conoscere, fosse anche solo perché si è interrogata su cosa facevano in quel punto del mondo e in quel punto del tempo.

Passeggiano, leggono, fanno shopping, riflettono, aspettano, si riposano. E l’artista dietro o davanti, un po’ di lato, quasi sempre senza incrociarne lo sguardo, tranne che in un unico, singolare caso che apre la strada alla continuazione della ricerca. Lucia sta ora infatti lavorando a And: qui le persone rappresentate diventano due, un primo tentativo di conoscenza o comunque di riflessione su cosa voglia dire incontrarsi e costruire una relazione, sempre restando un po’ defilati e in disparte, posando uno sguardo poetico e dolce sui corpi e sulle emozioni.

E ancora, un’ulteriore coda di progetto, From: amici e conoscenti hanno iniziato a mandarle fotografie di persone che vorrebbero che lei riportasse in carta e colori. La relazione qui si fa triangolo, e Lucia disegna senza aver mai nemmeno visto le persone da rappresentare; il filo più forte è forse quello che la lega a chi la foto l’ha inviata, e chissà che rapporto aveva questa persona con il fotografato.

Inizia a sentirsi la vertigine, anche se nel disegno è meno apparente. Ma è forse meno apparente perché siamo così sollecitati da immagini e rappresentazioni della figura umana che non riusciamo più a ritrovare al di là dell’immagine il corpo e l’esistenza reale della persona, come se fossimo intrappolati in una galleria degli specchi da Luna Park, o come se avessimo trovato a un mercatino dell’antiquariato un vecchio album delle fotografie abbandonato. Chi sono queste persone? Sono felici? E guardandole cosa possiamo scoprire di noi stessi?

Tre incarnazioni artistiche di un’unica indagine che ruota attorno al tema della relazione, al progressivo avvicinamento, all’incontro e allo specchio che l’altro sempre diventa di quel che noi siamo.

A cura di Piero Orlandi

 

La casa si trova nella campagna di Sarnano, in provincia di Macerata. Costruita all’inizio del Novecento, è stata abitata per oltre un secolo, poi è rimasta vuota di colpo, in quanto dichiarata inagibile a seguito degli eventi sismici del 2016 e 2017, la cui magnitudo massima è stata appunto pari a 6,5. Due fotografi sono entrati nella casa e hanno fotografato gli interni. Di norma, i terremoti sono raccontati dagli strumenti di informazione attraverso immagini sconvolgenti. Il lavoro fotografico sulla casa ferita ha un obiettivo diverso: la distruzione prodotta dal sisma viene descritta in un modo dimesso ed intimista, non per attenuare l’evidenza drammatica dei fenomeni, ma al contrario per testimoniare che il loro effetto devastante su quei territori deriva in larga misura proprio dalla sommatoria di migliaia di eventi che hanno distrutto o lesionato gravemente singole case private, il tessuto abitativo di una grande area in quattro regioni.
Fabio Mantovani è un fotografo di architettura di cui Spazio Lavì! ha ospitato nel 2014 la mostra Cento case popolari; ha fotografato la condizione quotidiana della casa, il suo essere perennemente al buio, priva di vita e di abitanti, un’oscurità da cui ci si chiede in che modo e quando risorgerà.
Giovanni Zaffagnini ha svolto negli anni Ottanta numerose ricerche etnografiche, documentando le tradizioni dell’ambiente rurale. In seguito si è rivolto principalmente al paesaggio contemporaneo. Le sue immagini evitano ogni clamore, non raccontano l’evento ma arrivano volutamente dopo, descrivendo il terremoto attraverso il vuoto e l’abbandono in cui la casa si trova a dover sopravvivere, nel silenzio.
Affiancando alle fotografie degli ambienti le carte, i quaderni e gli album di famiglia custoditi nei cassetti all’interno della casa, si è inteso dar voce – senza enfasi, con la forza parlante di immagini dalla temperatura corrispondente all’ambiente reale – alla speranza di una ricostruzione materiale e umana.

Sono nata a Catanzaro, il 4 marzo del ‘76. All’alba esattamente.
Dopo la maturità artistica e la laurea in Accademia di Belle Arti (Roma) non ho mai smesso di sperimentare e ricercare, anche là dove tutto pareva consumato, ossidato, poiché il tempo e la traccia che lascia sono elementi di continuo interesse.

 

Esperienze artistiche recenti:
Progetto site-specific vincitore del bando “Della morte e del morire”, Associazione dello Scompiglio (Lucca, 2018)
Quando l’abbandòno genera resistenza – progetto site-specific vincitore bando InsOrti (Bologna, 2017)
Liturgia dell’io – Intervento site-specific nell’ambito di X-FORMA – Arti Visive e performative (Padova, 2017)
Assonanze – Rumori di carta – collettiva nell’ambito di Art City Bologna / Arte Fiera (Bologna, 2017)
Fin qui tu c’eri Esperimenti in acustico solo per orecchie verticali – Personale c/o AtelierSì (Bologna, 2017)

 

Lavoro alla realizzazione di interventi site specific in luoghi non deputati all’arte, coadiuvando percorsi partecipati tramite pratiche di audience engagement, con lo scopo di valorizzare la presenza degli spazi oggetto d’intervento attraverso azioni volte ad una possibile rivitalizzazione.

 

Ho realizzato alcuni video documentari in ambito artistico e sociale:
Rischiavamo di essere felici, racconto di viaggio dal nord verso il sud Italia di un gruppo di artisti di strada in tour; regia e montaggio (2016);
precariEtà, narrazione attraverso linguaggi diversi sulla precarietà lavorativa, economica e sociale contemporanea; regia e montaggio (2013). Vincitore 1° premio “Roberto Gavioli – per documentari sul mondo dell’Industria e del lavoro”;
Lavoravo a strada sullo sfruttamento sessuale delle donne migranti vittime di tratta; regia e montaggio (2012). Menzione speciale al Sardinian Sustainability Film Festival.

 

Principali esperienze lavorative in comunicazione e didattica/formazione:
Collaborazione con l’Azienda USL di Bologna – Dipartimento di Sanità Pubblica in qualità di esperto in comunicazione e progettista grafico; progettazione di percorsi e laboratori didattici sulla prevenzione e riduzione del rischio con metodo peer education e pratiche partecipative.
Collaborazione con la Fondazione Marino Golinelli, realizzazione di percorsi didattici e formativi su arte, scienza e riciclo nell’ambito della manifestazione Scienza in Piazza.

L’attesa come recupero dell’umanità
Davide Da Pieve

 

L’esposizione ideata da Alessandra Marolla narra la storia di un’attesa e incarna un momento di sospensione in cui le coordinate spaziotemporali vengono meno per rivolgersi direttamente ai nostri sensi.

Lettere dallo spazio/liturgia della memoria è un’esposizione introspettiva, una narrazione che si sviluppa attraverso ricordi e memorie sotto forma di frammenti, in cui è possibile scorgere, riprendendo le parole di John Berger, una tensione tra cultura della sopravvivenza e cultura del progresso: una relazione inestinguibile tra passato e presente, tra memoria e divenire.
Tale legame risulta evidente nella serie di fotografie collocate sul piccolo ripiano; l’impressione di date per mezzo di timbri nel retro delle immagini porta all’attenzione il divario che separa una dimensione passata da una volontà di attualizzazione dell’immagine.

Ciascun visitatore può prendere gli scatti esposti e portarli via con sé, solo dopo aver impresso un timbro con la data in cui lo fa. Affiancandosi all’impressione precedentemente realizzata dall’artista – con la data dello scatto – il secondo timbro evoca uno scarto, una distanza, ma, al contempo, una convergenza: un flusso inarrestabile equiparabile al processo di ossidazione a cui sono sottoposti I supporti in ferro di altre opere esposte.

Le lettere installate a parete giungono metaforicamente dallo spazio, ovvero da un mittente sconosciuto, lasciando allo spettatore assoluta libertà immaginifica, senza correre il rischio di rendere ogni singolo frammento un semplice documento. Ci troviamo di fronte a un grande archivio, a un’accumulazione di frammenti di vita che Christian Boltanski, definirebbe “tracce di identità perdute”. Con queste parole colme di energia l’artista francese indica la concretezza di un’assenza, la matericità di un frammento che acquista nuovo valore ogni volta che viene osservato.
La distribuzione ordinata e simmetrica delle lettere evoca una certa solennità dell’opera, dando vita a un archivio composto da numerosi frammenti di parole e immagini.

L’archivio infatti, nel nostro caso, non è concepito per stimolare una lettura che rispetti una logica consecutio temporum; ciascun elemento in esso contenuto costituisce l’inizio di una narrazione che si sviluppa attraverso piccoli frammenti, lasciando al visitatore la possibilità di leggere una storia da costruire e ricostruire di volta in volta.

Le parole e le immagini, per certi aspetti, sono impiegate dall’artista come mezzo intercambiabile: entrambe sono intendibili come mezzi di trasmissione capaci di veicolare contenuti e, nel medesimo tempo, come reliquie e testimonianze: l’immagine è eterna, è mezzo inossidabile del fragile e instabile passaggio dell’uomo, proprio come accade con il messaggio scritto.

Nonostante le similitudini tra i due mezzi è importante sottolineare alcune differenze: se la fotografia è realizzata per mezzo di uno scatto immediato, la scrittura di una lettera è qualcosa di più lento, un’azione manuale prolungata e fluente che contraddice le spinte tecnologiche avviate dall’immediatezza del click fotografico.

L’arte, quando è legata alla memoria e al ricordo, diventa veicolo di conoscenza e di valori che arrivano all’osservatore in modo diretto e immediato, riportando alla mente immagini forti, e favorendo lo sviluppo di pensieri estremamente personali.

 

Lettere dallo spazio/liturgia della memoria è una mostra evocativa con un forte carattere di apertura, non solo per i suoi contenuti, ma anche per il coinvolgimento empatico rivolto al pubblico. Lo spazio è dunque inteso come luogo simbolico dell’altrove, in cui tutto resta sospeso, in attesa. In questo senso dobbiamo intendere la liturgia: una sospensione tra l’opera e il pubblico, il dono dell’attesa come momento di condivisione intimo. Nel pieno degli sviluppi dell’immediatezza dell’era digitale, nel periodo in cui anche la scrittura è diventata per lo più una somma di numerosi click, potrebbe sembrare quasi paradossale, o addirittura un sentimento nostalgico e fuori moda, parlare di attesa.

La velocità dell’algoritmo corrisponde oggi a una grande frenesia nei comportamenti. I nuovi dispositivi impiegati per la comunicazione ci spingono a esercitare una lettura sempre più per sommi capi, suggestionando negativamente la comprensione del contenuto e del nostro rapporto con la realtà.

 

L’attesa diventa così elemento cardine dell’esposizione: un riscatto, un agente nella sfera percettiva e sociale, per cercare di portare verso l’esterno la densità dei territori incogniti dell’essere.

A cura di Luca Caccioni e Irene Fenara

 

Ai piani intimi è una mostra che ruota attorno all’idea di intimità rivelata su differenti strati narrativi, nei confronti della memoria, del corpo e del paesaggio. La fotografia viene sperimentata nelle sue stratificazioni e trasparenze, tramite lo sguardo di quattro artiste che si confrontano nel sovrapporre le loro esperienze. La stratificazione di immagini è elemento comune che svela un desiderio di accumulazione e raccoglimento, quasi a voler far convivere più realtà sullo stesso piano nel tentativo di non perdere o non dimenticare la maggior quantità di forme possibili. La stratificazione di memoria e di ricordi, nel tentativo di colmare un’assenza, è forte nei lavori di Alessandra Brown e Roberta Zucchini, mentre è più materica la sovrapposizione di liquidi nel lavoro di Elena Grossi, e di macerie e crepe nel lavoro di Lucrezia Roncadi che accumula le ferite e i segni di un territorio scosso.  

La stratificazione del ricordo nel lavoro di Alessandra Brown è delicata ma definita, le carte da lucido sovrapposte svelano un trascorso familiare ormai passato. I familiari dell’artista sono infatti fasciati come oggetti che si trovano nelle zone balneari d’inverno. Una protezione rigida e plastica, resistente abbastanza da non farsi corrodere dalla salsedine che stagione dopo stagione affievolisce i colori e la memoria. Una copertura che protegge e allo stesso tempo soffoca le figure umane come il ricordo intimo di un luogo. La sovrapposizione fisica delle due fotografie, quella del passato e quella del presente, è accentuata da una distanza fisica che rappresenta una lontananza emotiva.

Altrettanto emotive e legate ai ricordi sono le fotografie di Roberta Zucchini. Un abito vuoto, dismesso, è quasi sempre traccia dell’intimità di una perdita. L’artista sembra cercare e non trovare al proprio posto qualche cosa. Si tratta di un vuoto che cerca di essere colmato tramite l’appropriazione di una serie di cappotti appartenenti alla madre dell’artista e alle sue sorelle. Gli abiti lunghi come ombre si sovrappongono nelle fotografie, moltiplicandosi e specchiandosi nei loro stessi negativi. I cappotti neri si fanno bianchi fantasmi, assenze che sembrano prendere vita e movimento a partire dai vestiti appesi e fotografati come testimonianza di qualcuno che è stato.

Il corpo invece diventa visibile nel lavoro di Lucrezia Roncadi che sovrappone la sua figura alle pareti di una struttura appartenuta alla sua famiglia e colpita dal sisma del 2012 in Emilia. L’idea di casa che si pensa possa durare una vita si frantuma così come il corpo giovane dell’artista che si fa portatore dei segni e della pelle del suo territorio. Il crollo fisico rappresenta il crollo delle certezze e il dolore che ci segna nel corpo. Lucrezia mette in relazione, tramite le stratificazioni delle fotografie, la durata di una vita con la durata di un’abitazione, distruggendo l’illusione che le cose, soprattutto quelle grandi, non mutino mai nel tempo così come l’idea della giovinezza. Quando si è giovani sembra che le cose non cambieranno mai, il cambiamento e il dolore sono sempre una sorpresa, finchè tutto non crolla, per la prima volta, sotto ai nostri occhi.

La stratificazione di Elena Grossi è invece materica, di liquidi che vanno a modificare la componente chimica della fotografia. L’acqua dello stagno rappresentato collabora a modificare l’aspetto dello stagno stesso, lasciando una traccia di sé, della propria esistenza e del proprio passaggio. Le fotografie, infatti, immerse nell’acqua stagnante concorrono a raffigurare un autoritratto della natura stessa.

 

Irene Fenara

Con grande piacere comunichiamo la riapertura dello Spazio Lavì! di Sarnano, dopo la prolungata ed involontaria chiusura dovuta agli eventi sismici del 2016 e 2017. Abbiamo scelto di mettere in mostra “Ai piani intimi”, il bel lavoro collettivo di quattro giovani artiste già esposto a Lavì! City a Bologna, che ha avuto una menzione speciale come migliore allestimento di Open Tour 2018, l’evento di primavera dell’Accademia di Belle Arti. Per quanto possibile d’ora in avanti affiancheremo, come previsto nel progetto originario, la programmazione degli eventi in questa sede a quella di Lavì! City. Con i migliori auguri a Spazio Lavì!, a Sarnano e a tutti i territori colpiti dal terremoto del Centro Italia.

La giuria di Art Up, il premio istituito in occasione di Opentour 2018, composta da Lorenzo Balbi, artistic director del Mambo, dalla collezionista Gaia Rossi Vacchi e da Andrea Viliani, direttore generale del museo MADRE di Napoli, ha deciso di segnalare la mostra di Lavì! City “Ai piani intimi”, per la qualità dell’allestimento e dei singoli lavori esposti.

Pertanto, a richiesta di molti, è prevista un’apertura straordinaria di finissage il giorno mercoledì 27 giugno, dalle 17,30 alle 20,00.

 

In occasione di Opentour 2018

 

A cura di Luca Caccioni e Irene Fenara

 

La mostra ruota attorno all’idea di intimità rivelata su differenti strati narrativi nei confronti della memoria, del corpo e del paesaggio. La fotografia viene sperimentata nelle sue stratificazioni e trasparenze, tramite lo sguardo di quattro artiste che si confrontano nel sovrapporre le loro esperienze. La stratificazione di immagini è elemento comune che svela un desiderio di accumulazione e raccoglimento, quasi a voler far convivere più realtà sullo stesso piano nel tentativo di non perdere o non dimenticare la maggior quantità di forme possibili. La stratificazione di memoria e di ricordi, nel tentativo di colmare un’assenza, è forte nei lavori di Alessandra Brown e Roberta Zucchini, mentre è più materica la sovrapposizione di liquidi nel lavoro di Elena Grossi, e di macerie e crepe nel lavoro di Lucrezia Roncadi, che accumula le ferite e i segni di un territorio scosso.

A cura di Monica Manfrini

 

“Qualunque uomo ha  forza di pensare da sé, qualunque s’interna co’ suoi propri passi nella considerazione delle cose, qualunque vero pensatore non può… non avere un sistema”
Giacomo Leopardi, Zibaldone.

 

In apertura a queste considerazioni sul lavoro di Marco Bucchieri ho inserito il pensiero del poeta perchè facilmente ci conduce nell’indagine del vasto mondo creato dalle sue fotografie, dalle parole, dai pensieri.

Anche Bucchieri è un poeta e si pone davanti alla natura analizzando il sistema delle cose. Ricerca le ragioni delle cose, degli atti, dei gesti, degli eventi all’interno del sistema della complessità della vita.

Le domande che l’artista si fa in questo lungo racconto di immagini sono le stesse che ci poniamo guardando le sue foto. Egli ci guida con la sommessa precisione del suo stile in grado di catturare, in alcuni casi l’immobilità degli eventi, in altri le svolte impreviste e improvvise, indicandoci la sua strada per conoscere.

Il sistema della natura è complesso, ma ordinato e Marco Bucchieri ci propone, da filosofo, la chiave di lettura delle attese. L’occhio fotografico è funzionale al suo pensare e la scrittura quasi sempre complementare.

Le sequenze di immagini sono scandite dal progressivo apparire e intensificarsi della parola scritta. Imperfette, disegnate, descritte, indefinibili o raccontate le attese racchiuse nelle opere di Marco Bucchieri rimandano a sentimenti di inquietudine e di dolore, di abbandoni e ritorni, di distanze e avvicinamenti.

È giusto guardare le immagini e prima di percepirne il significato, immergersi nelle parole che senza soluzione di continuità le avvolgono. In un gioco di trasparenze tra luoghi e memoria di luoghi, persone reali e immaginate, la parola scritta diventa potente forma estetica, didascalia e cornice di storie nascoste. Nella scia di artisti come Beuys e Rauschenberg che utilizzano la parola   accanto a immagini fotografiche come forma dello stesso peso iconico, ma vicino anche al concettualismo puramente italiano di Vincenzo Agnetti, Marco Bucchieri dichiara col suo lavoro anche l’influenza esercitata dai silenzi, dalle ombre e dalle lunghe attese raccontate nelle opere di Edward Hopper.

Sono gli stessi stati d’animo suscitati dall’incontro con sconosciuti attori del quotidiano che troviamo nelle immagini di Bucchieri, attorno ai quali vengono costruite storie. Bar, giardini, stazioni, stanze d’albergo, spiagge popolari sono invece gli sfondi del lungo viaggio che fa l’artista. E ci accorgiamo che questo viaggio è necessario e fondamentale per appianare e liberare le pieghe della sua anima e il traslocare in noi i suoi pensieri – immagine metaforica da lui spesso usata – la condivisione di quei momenti di “presente” ormai passati ci fa sentire più lieve il peso dell’attesa. E gliene siamo grati.

A cura di Lucia Zappacosta

 

Non è sufficiente godere della bellezza di un giardino.
C’è bisogno di credere che nasconda delle fate.

 

Elena Giustozzi dimostra, con il suo lavoro accurato ed elegante, che un pittore può osservare, ideare, organizzare e costruire la conoscenza del mondo contemporaneo attraverso l’imperturbabile scala della pittura monumentale. Così come i pittori del passato trovavano i loro soggetti nella vita quotidiana, anche Elena Giustozzi trae ispirazione dalla sua esperienza visiva personale e dalla selezione affettiva di elementi naturali.

Le passeggiate emotive nel giardino di casa le permettono di indagare l’esistente estrapolando una documentazione della natura in cui si sovrappongono analisi e intuizione, logica e bellezza, memoria e immagine. Il giardino affascina l’artista non solo per le sue virtù nutrienti, rigeneranti, curative ma anche per la sua sovversione. Oltre lo spazio chiuso e organizzato, il giardino è un porto di emozioni private frammentate, indisciplinate e senza fine. É il luogo insieme della resistenza e della dissidenza, della raffinatezza più squisita come della più selvaggia esuberanza che diventa un laboratorio biologico, etico e politico.

Le opere realizzate per questa mostra creano uno scenario organico, terrestre e solare che presuppone una dilatazione dell’immagine e del tempo come in una sequenza filmica.

Il visitatore  è invitato ad entrare in questa installazione “a nastro”, immersiva, avvolgente con la gioia di un giovane esploratore a cui si offre un percorso immaginario fatto di piccoli indizi universali, in un fermo immagine di frammenti da completare.

Immaginata come un territorio senza confini, l’opera, composta da più tele collegate insieme a formare un unico lavoro, riproduce fedelmente i particolari che compongono la realtà e si espande oltre i propri confini fisici per descrivere i contorni di un giardino sperimentale oscuro, caotico e imprevedibile osservato attraverso un’inquadratura imperfetta.

La sottrazione dell’identità specifica da ritrarre rappresenta la natura nella prospettiva di una molla metaforica. L’artista si cela dietro una visione quasi casuale inseguendo l’obiettivo di creare “un’enciclopedia della vita”, un palcoscenico pittorico neutrale su cui si stagliano nature morte iperrealiste, rappresentate minuziosamente e che si fissano sulla tela come esemplari botanici.

I dipinti di Elena Giustozzi partecipano nell’animo di chi li osserva alla creazione di luoghi affascinanti, ambienti da immaginare, comporre, ricostruire e in cui rifugiarsi, evadere dalla realtà e viaggiare con il pensiero. Rappresentano una membrana osmotica tra dentro e fuori, città e campagna, luce e vita. Contribuiscono a recuperare il contatto con l’autenticità e con la sfera intima e personale del quotidiano. Elegantemente laconici, fondono il moto perpetuo dell’esistenza con la stasi della riflessione metafisica, esplorando in ultima analisi temi più complessi e universali, quali l’apparenza, la percezione, lo scopo del mondo e della nostra evanescente e transitoria presenza in esso.

Manuela Caldi si laurea in architettura a Firenze e svolge l’attività professionale in collaborazione con il marito Antonio Gentili nello studio a Montecalvo di Pianoro, coltivando parallelamente con grande passione la pittura.
La sua vasta raccolta di acquarelli è stata oggetto nel 2006 della personale “Appunti in viaggio” allo Spazio Officina di Castel San Pietro e nel 2010 della personale “Acquarelli” alle Torri dell’Acqua di Budrio.
Le sue tele realizzate con terre naturali e pigmenti sono state esposte nelle seguenti personali:
2009 “TERRA” allo Spazio Officina di Castel San Pietro.
2010 “Isolamente” presso Edeos Cultura a Bologna.
2014 “FERRO e TERRA” nella sede dell’Ordine degli Architetti di Bologna in occasione di ART CITY, durante la White Night di Artefiera, il 25 gennaio 2014.
2014 “Archipitture in Concerto” (sezione Frammenti) presso Fondazione Lercaro a Bologna – mostra collettiva con Paolo Capponcelli, Piero Orlandi e Daniele Paioli.
2016 “Dialoghi in musica” a Casa Visconti e Reverso Forniture a Bologna, mostra collettiva con Paolo Capponcelli, Piero Orlandi e Daniele Paioli, musica del Trio Calari Cassanelli Sabatini.
2016 esposizione di un tappeto tratto dalla sua opera su tela “Venezia” del 2010, allo spazio Gavina di Carlo Scarpa, in via Altabella a Bologna.
Vive sulle colline di Bologna dove dipinge nell’atelier ricavato all’interno della sua casa.

A cura di Monica Manfrini

 

“Gli incontri avvengono sempre nei momenti in cui la mente è molto libera o molto affollata: nel primo caso donano alla nostra anima qualcosa di nuovo, nel secondo liberano la nostra vita da qualcosa di sbagliato” (Osho).

 

Le parole del filosofo indiano trascritte nell’esergo riproducono con immediatezza e concisione le sensazioni che ci vengono dalle opere di Manuela Caldi. Attenta osservatrice della natura, ma anche del paesaggio costruito dall’uomo, da anni l’artista trae linfa vitale da queste esplorazioni del visibile. L’acqua e la terra, le luci e i colori sono elementi da usare sulle tele. Tele che a loro volta diventano testimonianza e tracce della riflessione/esplorazione del mondo reale effettuata dall’artista. L’esperienza alchemica del lavoro è il valore profondo dell’opera di Manuela Caldi. Mescolare, plasmare, graffiare, incidere sono i passaggi necessari per spostarsi dal visivo al tattile. Le superfici sono la dimensione preferita, ma non solo come manifestazione tangibile della materialità delle cose. Lo spostamento dal visivo al tattile ci consente di fare un’esperienza in un mondo culturale diverso. L’artista ci fa entrare in contatto, contatto reale e profondo, con i muri dell’architettura. La formazione artistica di Manuela Caldi, architetto da molti decenni, ha impregnato il suo linguaggio poetico. La sua è un’architettura dove i muri non creano strutture stabili, ma luoghi di metamorfosi dove lo spazio ha finalità espressive. Ci vengono in mente le esperienze sulla superficie di Piero Manzoni e le ricerche spaziali di Lucio Fontana o le indagini sulla terra di Leoncillo, poi sfociate nell’Informale.
Nel lavoro di Manuela Caldi si respira la presenza di queste due anime, quella della spazialità architettonica e quella della sperimentazione visiva. L’incontro di questi due mondi, solo apparentemente distanti, ha qualcosa di magico che spinge a toccare fisicamente le sue opere, trasferendo in chi guarda una parte della vis creativa che le ha generate.

Alcune delle sollecitazioni più importanti per la sua pittura, ricercate di anno in anno, quasi come una necessità fisica, sono venute dall’isola d’Elba, un luogo eletto dall’artista sede ideale delle sue creazioni. Cuprite, azzurrite, crisocolla, ematite e berillo, aragonite, eritrite, fluorite, granato, petalite, quarzo prasio, pollucite e ilvaite sono solo una piccola parte dei minerali che si trovano nel ricco territorio elbano. Ognuno con una sua spiccata qualità cromatica, ognuno ripreso, imitato, adattato sulle tele a creare campiture, spazi e contrasti. Minerali recuperati in ogni viaggio e in ogni escursione con cura e attenzione, a volte maniacale, tanta è la forza attrattiva di quei luoghi per Manuela. La necessità di avere proprio quel colore, quella terra, quella polvere sminuzzata per ricreare i luoghi amati e soprattutto lo spirito di quei luoghi, ha portato l’artista a rubare sassi preziosi per le realizzazioni in studio delle tele. E sono questi sassi riconvertiti ad altra vita che hanno convinto l’artista a ripercorrere anche altri luoghi e proporre temi legati al mondo dell’inconscio e dell’indagine profonda del sè. Ci riferiamo al percorso iniziato nel 2009 con Terra e giunto con passaggi di sintesi estrema alle tele di vorrei essere isola del 2017.

Chiara Dal Maso nasce a Thiene (VI) nel 1989.

Frequenta l’Istituto d’arte a Nove e successivamente la Scuola Italiana Design a Padova.
Conclusi gli studi intraprende diverse esperienze lavorative in Canada, Danimarca e Svezia per poi trasferirsi a Milano, dove vive e lavora come illustratrice e graphic designer.

Ama creare immagini e sperimentare con varie tecniche di illustrazione. Nel 2016 fonda SuperUltraBlu per cimentarsi anche con video arte e motion design.

Nel 2017 inizia il progetto “Everyday Distraction” e dà vita assieme agli amici disegnatori il collettivo Drinchendrò, con il quale organizza workshop ed eventi a tema illustrazione, principalmente a Milano.

Ha collaborato con realtà come Mi Ami Festival, AMA Music Festival, PELO Magazine e Moodboard Magazine.

A cura di Elena Orlandi

 

Un disegno al giorno per raccontare quello che ogni giorno accade. Chiara Dal Maso ha iniziato il progetto Everyday Distraction all’inizio del 2017 ed è alla fine del suo percorso: disegnare ogni giorno, per 365 giorni, per poi diffondere e pubblicare sui social.

I suoi disegni nascono per fortuna ancora legati a un supporto materiale, carta cartoncino taccuini, e si portano molto spesso dietro tutte le imperfezioni di un disegno istintivo e improvvisato e legato a una forma di esplorazione personale e liberatoria.

Una distrazione al giorno, come l’ha chiamata lei, che è poi in realtà diventata a volte un modo per scaricare i propri pensieri, a volte una documentazione vera e propria di quello che le succedeva; a tratti un modo per riempire il tempo e allontanare la noia, altrimenti un peso da incastrare tra tante altre cose da fare e senza nemmeno un’idea per la testa; la possibilità di conoscersi un po’ meglio in una forma di meditazione terapeutica su carta, e un diario dei propri sogni notturni o a occhi aperti. Colori vivaci e tratto sapientemente infantile, pennarelli su carta, di quelli acrilici che così si possono sovrapporre gli uni agli altri mantenendo la vivacità dei toni.

Vengono registrati il momento della spesa, il lavoro quotidiano, l’amore, il sesso, le vacanze. C’è poco cibo nei disegni di Chiara, diversamente da dove tutto viene riportato in prima istanza (Instagram) e c’è poco paesaggio puro. La figura umana è sempre al centro, la casa è molto presente, e a riempire il resto ci sono tanti animali, spesso feroci o fantastici, comunque lontani in questo caso dalla quotidianità di una ragazza cittadina.

A volte una sottile ironia pervade i disegni, altri sono percorsi da un’evidente carica erotica seppure naive, poche sono quelle in cui si mostra un’ansia sottile ed elettrica o un più evidente stress e nervosismo da vita metropolitana, ma quasi mai queste emozioni diventano palese tristezza, malinconia, disperazione: le immagini di Chiara sono vive e vitali, accese come i colori che utilizza. E la surrealtà fa spesso capolino trasformando il mondo davanti ai nostri occhi o meglio ribaltando quello interiore e immaginario di Chiara sulla carta.

Tigri e piante rigogliose fanno pensare a Henri Rousseau il Doganiere e il suo rapporto con il mondo del sogno e dell’inconscio; così come i colori contrastati e vividissimi richiamano alla memoria l’a noi vicino David Hockney e i più lontani pittori Fauve. Suggestioni artistiche ma anche provenienti dalla musica e dal mondo più generalmente pop – pompe di benzina, ufo, aerobica, piscine, pop corn, sigarette, facebook e la pubblicità: tutto si mescola e si fonde con cieli viola e prati arancioni. Dando come risultante un mondo vitalissimo e caotico, con scorci di serenità poco statica e malessere che non si coagula, nella speranza e realtà di un cambiamento sempre in movimento in una spirale o vortice che ogni giorno ci porta un passetto più in là e più vicini a quello che desideriamo e siamo.

Il Teatro Bonci, inaugurato nel 1846, è il principale teatro di Cesena, destinato alla lirica e alla prosa, ed è dedicato ad Alessandro Bonci (1870-1940), famoso tenore cesenate. La mostra presenta un progetto fotografico nato dalla collaborazione tra il Gruppo Fotografico 93 e il fotografo Guido Guidi, a cura di Veronica Daltri ed Emanuele Benini. Le fotografie di Guidi sono opere inedite in bianco e nero risalenti al 1984, realizzate in occasione del libro Due Fotografi per il Teatro Bonci che vedeva la collaborazione di Guidi e Luigi Ghirri. Queste immagini dialogano con quelle realizzate nel 2016 da alcuni autori del Gruppo Fotografico 93, in occasione del 170° anniversario della inaugurazione del Teatro.

Saluti dal Teatro Bonci è anche un’edizione di cartoline d’autore. Nonostante oggi sia spesso sostituita dagli effimeri ricordi digitali, la cartolina continua a rappresentare un importante mezzo di diffusione dell’immagine di paesaggi e città e resta uno dei souvenir più ricercati non solo dai collezionisti ma anche da molti artisti e fotografi. Uno degli intenti di Saluti dal Teatro Bonci è anche quello di restituire all’edizione di cartoline il suo ruolo di un tempo, quando non si limitava ad essere solo la riproduzione di poche immagini-simbolo ma dimostrava un’attenzione per la complessità della storia e della vita dei luoghi, veicolandone un ricordo insieme visivo e simbolico. Il pubblico della mostra può scegliere alcune immagini e far viaggiare così la propria personale visione del Teatro Bonci.

All’inaugurazione sarà presente Guido Guidi. Nato a Cesena nel 1941, negli anni ’60 frequenta lo IUAV e il Corso Superiore di Industrial Design a Venezia. Dal 1989 insegna Fotografia all’Accademia di Belle Arti di Ravenna e dal 2001 è visiting professor alla facoltà di Design e Arti presso lo IUAV di Venezia. Ha esposto al Guggenheim Museum e al Whitney Museum di New York, al Centre Pompidou di Parigi, alla Biennale di Venezia e al Canadian Centre for Architecture di Montréal.

Il Gruppo Fotografico 93 è una associazione culturale fondata nel 1993, composta da appassionati e professionisti della fotografia e attiva da oltre vent’anni nel Comune di Cesena.

Saluti dal Teatro Bonci è una produzione del Gruppo Fotografico 93, realizzata con il contributo e il patrocinio del Comune di Cesena, Assessorato alla Cultura e Promozione, in occasione del 170° anniversario del Teatro Bonci. Fotografi: Guido Guidi, Renzo Altini, Emanuele Benini, Elisa Bernardini, Emanuele Biguzzi, Michele Fuschini, Maicol Marchetti, Luca Piccinelli, Mauro Poltronieri, Silvia Sansovini, Vincenzo Stivala, Elena Zanuccoli, Antonello Zoffoli.

In galleria è disponibile il volume che raccoglie l’intera collezione (progetto grafico di Giovanni Ricchi, minimalsonic). www.gf93.it/saluti-dal-teatro-bonci/

Evento organizzato in occasione della Giornata del Contemporaneo promossa da AMACI


 
ViVi il Verde. Alla scoperta dei giardini dell’Emilia-Romagna è una rassegna ideata e promossa dall’Istituto Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna e giunta quest’anno alla quarta edizione. Sono decine le aree verdi coinvolte, da Rimini a Piacenza, tra giardini pubblici, giardini privati aperti al pubblico, giardini storici, parchi, giardini e orti botanici, aree urbane verdi e giardini di ville o di castelli. La fruizione del verde avviene secondo diverse modalità: visite guidate, laboratori, conferenze “sul campo”, percorsi sensoriali, lezioni pratiche, “treewatching”, atelier didattici per i più piccoli. In occasione dell’edizione dello scorso anno di questa manifestazione, nel settembre 2016, l’Associazione culturale “Spazio Lavì!” ha organizzato un laboratorio fotografico su alcuni giardini del centro storico di Bologna (via San Leonardo-Belmeloro, del Guasto, Parco della Montagnola), appartenenti al territorio del Quartiere Santo Stefano, assai diversi quanto a tipologia, storia, uso attuale. Il laboratorio è stato inserito dall’Ordine Architetti di Bologna tra i corsi formativi professionali, è stato condotto da Fabio Mantovani (www.fabiomantovani.com), fotografo esperto in architettura. La specificità dello sguardo propria degli architetti li ha portati a orientare il loro lavoro fotografico non tanto verso una descrizione dei luoghi come essi sono, ma facendone uno strumento di indagine e ricerca – attraverso l’obiettivo – degli aspetti e degli elementi che possano essere oggetto di una precisa attenzione progettuale. Fotografare per imparare a vedere, piuttosto che fotografare per mostrare ciò che già è noto, questo è il principio che ha condotto il laboratorio.
Il giardino di via San Leonardo è il più piccolo dei tre, origina da uno spazio verde domestico e privato, è attualmente frequentato soprattutto da studenti. Quello del Guasto è stato realizzato alla metà degli anni Settanta del Novecento sull’area occupata dalle macerie del distrutto palazzo Bentivoglio. Il progetto, opera dell’architetto Gennaro Filippini, è particolarmente rivolto al gioco dei bambini e comprende invasi per l’acqua, fontane, strutture in cemento. Il giardino della Montagnola, che ha le dimensioni di un vero e proprio parco urbano ed è sorto nell’Ottocento sul modello degli spazi verdi delle maggiori metropoli europee, ha una complessità d’uso ancora maggiore, essendo frequentato sia da famiglie che da studenti che da giovani immigrati in attesa di occupazione che vi passano buona parte della loro giornata.
Oltre che per i valori naturalistici, gli spazi verdi nel centro della città sono apprezzati in quanto spazi pubblici. La gente li frequenta e vi convive, sono luoghi vissuti come complementari ai momenti del lavoro e dello studio, ambienti ideali dove incontrarsi, giocare, leggere, fare sport. La fotografia può cogliere tutti questi aspetti, farsi indagine sociale, studiare i problemi che ostacolano una piena fruizione, sottolineare le potenzialità di miglioramento. In questo senso essa costituisce una analisi critica propedeutica al progetto di restauro e riqualificazione.
Le immagini selezionate per questa mostra, pur nel diverso approccio di ogni autore, mettono in luce aspetti problematici o meno noti dei luoghi, sui quali orientare l’attenzione sia dei fruitori che degli amministratori: le qualità nascoste e minori, come ad esempio le relazioni visive tra l’interno dei giardini e la città intorno; i dettagli architettonici, artistici, così come gli usi spontanei che la gente quotidianamente fa degli spazi.
 
Le fotografie sono di Manuela Caldi, Alessandra Cazzoli, Piero Dall’Occa, Nicla Di Ciommo, Stefania Giametta, Silvia Landi, Luca Malavasi, Paolo Merlo Pich, Camilla Sanguinetti, Fausto Zanetti.
 
Spazio Lavì! (www.spaziolavi.it) è un’associazione culturale fondata a Bologna nel giugno del 2012 con l’obiettivo di favorire la produzione di ricerche visive sul paesaggio contemporaneo e sulle forme della persistenza e della trasformazione dei luoghi, assegnando alla rappresentazione visiva – fotografica, pittorica, grafica, e in generale con ogni espressione artistica – lo status di ricerca e di progetto. Il concetto di paesaggio viene inteso in un senso allargato, che comprende, oltre allo spazio urbano ed extraurbano, anche le persone e le loro relazioni, la società, il lavoro, il quotidiano, i riflessi materiali dei cambiamenti ambientali, economici, culturali.
Negli anni scorsi alcune delle produzioni di Spazio Lavì! sono state portate in spazi o musei bolognesi, come Duepuntilab in via Solferino e l’Istituzione Villa Smeraldi di San Marino di Bentivoglio. Dalla primavera 2016, in forza di un patto di collaborazione con il Quartiere Santo Stefano, Spazio Lavì! ha aperto la galleria Lavì! City in via Sant’Apollonia 19/A. E’ inoltre stata attivata una convenzione con l’Accademia di Belle Arti di Bologna, che ha prodotto due eventi nell’ambito della manifestazione Open Tour (edizioni 2016 e 2017), con mostre di giovani artisti dell’Accademia.
L’associazione ha uno spazio espositivo a Sarnano (MC), ha sottoscritto una convenzione con l’Accademia di Belle Arti di Macerata e collabora con istituti scolastici e universitari, tra questi con la Scuola di Architettura di Ascoli Piceno, realizzando workshop fotografici.
 
Sala Cavazza del Quartiere Santo Stefano, via Santo Stefano,119, Bologna
dal 22 settembre al 5 ottobre 2017
inaugurazione venerdì 22 settembre 2017, ore 17,30
orari: tutti i giorni dalle 15,00 alle 18,00
 
Alla inaugurazione hanno assicurato la loro presenza la presidente del Quartiere Santo Stefano Rosa Maria Amorevole, il direttore dell’IBC Claudio Leombroni e il presidente dell’Ordine Architetti di Bologna Pier Giorgio Giannelli.

 

 

Sarnanoscape 6

 

Sharon Bianco, Gaia Rosita Cecere, Luca Cingolani, Maria Carmen Di Lucia, Natalia Diez De Antonio, Roberta Filieri, Alessia Galassi, Laura Galetti, Stefano Garbuglia, He Ping, Jia Ang Zhuo,
Alicia Johnson De Frias, Li Sai Tong, Ludovica Pesiri, Giulia Piunti, Fausto Nicola Sacripanti,
Alice Schmidt, Inès Vecilla, Diana Vignati, Mandy Virivè, Wei Yifeng, Wu Xiao, Yang Chan, Zhou Di, Anthony Bufali, Madalina Rossi.

 

A cura di Marina Mentoni e Paolo Gobbi, con la collaborazione di Elena Giustozzi

 

La consolidata collaborazione tra l’Accademia di Belle Arti di Macerata, l’Associazione Culturale Spazio Lavì! e il Comune di Sarnano, anziché articolarsi in un susseguirsi di uscite e visite, sulla base del tema di volta in volta proposto, come avvenuto nelle precedenti edizioni di SARNANOSCAPE, quest’anno, a causa delle difficoltà e dei gravi disagi provocati dagli eventi sismici del 2016, si esprime unicamente nella mostra collettiva degli studenti SARNANOSCAPE 6. Per una nuova fioritura. Workshop sulla ferita e sul frammento progettata ed elaborata presso i laboratori delle discipline coinvolte, per le sole stanze di Spazio Lavì! essendo il Loggiato Comunale inagibile per motivi di sicurezza. L’installazione che si presenta sul pavimento neutro della galleria è strutturata con frammenti di affreschi variopinti di varie dimensioni e dalle forme irregolari che, con i loro particolari ingranditi dei fiori spontanei dei Monti Sibillini, compongono un insieme armonico e vivace in una sorta di mosaico pavimentale dalle tessere scomposte. E’ un’opera in cui l’individualità dei partecipanti non è messa in evidenza, non è il dato prioritario, se non nella riconoscibilità del ductus pittorico. Un gesto semplice, corale, che alludendo alle profonde ferite interiori del dramma vissuto, ai danni materiali subiti, vuole comunicare un messaggio semplice e sincero di vicinanza e di speranza agli abitanti di Sarnano, un incitamento al coraggio e alla capacità di continuare a reagire per mantenere vivi e attivi questi luoghi così belli e familiari. L’epoca attuale, nella sua frenesia dell’apparire, è spesso poco sensibile e forse non più in grado di capire quanto sapere, pazienza, fatica, esperienza e sensibilità sono stati necessari agli artigiani, agli artisti del passato per consegnarci le loro opere, da quelle cosiddette “minori” a quelle più note che pullulano e rendono prezioso il territorio marchigiano. Un’indifferenza e un distacco che inizialmente hanno provato anche gli studenti che partecipano alla mostra nei confronti dell’apprendimento di una tecnica artistica antica come quella dell’affresco. Una tecnica difficile, esigente che vuole si dipinga con velocità e sicurezza sulla superficie umida dell’intonaco che facilmente si graffia e muove sotto l’azione inesperta del pennello sporcando e rendendo sorda la stesura del colore. Ma grazie alle finalità didattiche del workshop e anche al fascino esercitato dai materiali utilizzati, è scattato l’entusiasmo, il coinvolgimento e, in qualche modo, l’orgoglio di aver sperimentato, sebbene con tutte le difficoltà della prima volta, e in piccola parte, una tecnica che ci permette, a distanza di tempo, secoli e millenni, di apprezzare cicli affrescati, così come tutti quei frammenti dei dipinti parietali sopravvissuti alle sciagure del tempo e all’incuria dell’uomo. Gli spolveri appesi alle pareti della stanza rossa, sganciati dalla funzione processuale relativa al trasferimento del disegno sull’intonaco, presentati nel candore della carta, delineano i contorni forellati dei singoli fiori dei Monti Azzurri che, scomposti e disseminati a terra, compongono un’infiorata simbolica per la città di Sarnano. All’urgenza di una vera tutela, vigile e attenta, costante e paziente dei fragili luoghi in cui viviamo e del loro vissuto, alla forza protettiva e rigeneratrice della cura sono altresì dedicati gli interventi site-specific dislocati nello spazio espositivo.

 

Marina Mentoni

A cura di Pippo Ciorra

 

“Amo il bello ed il buono ovunque si trovino e mi ripugna di vedere straziata, come suol dirsi, la grazia di Dio”. Così Pellegrino Artusi conclude l’introduzione al suo intramontabile manuale, La Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene. Con le stesse parole Ilaria Ferretti dà inizio al suo Bestiario, una spettacolare sequenza di immagini, citazioni, testi, con la quale l’artista cerca di trovare l’impossibile conciliazione tra due amori paralleli e contrapposti. Da un lato il “suo” paesaggio, la tradizione, la buona cucina, e tutto l’idillio apparente e la violenza implicita che li rendono possibili (e che già spaccavano il cuore a Giacomelli). Dall’altro l’insostenibile empatia con le vittime di quella invisibile brutalità, in questo caso gli animali destinati al macello, così come in altri suoi lavori erano i luoghi di estrazione martoriati dall’uomo o addirittura gli edifici assaliti dal tempo e dall’incuria.

Per tenere insieme due sentimenti così diversi, eppure così presenti in ognuno di noi, Ferretti ha bisogno di un linguaggio fotografico estremo, dove il contesto naturale si nascondein un’oscurità quasi impenetrabile e il colore dei soggetti diventa bianco e  astratto, come fosse quello delle loro “anime”.

Al primo sguardo queste foto fanno venire in mente le luci bruciate dei gruppi di Giacomelli, ma poi lentamente ci si rende conto che il lavoro di Ferretti ha un carattere terribilmente originale e site specific, frutto di un’introspezione feroce che attraversa in un unico percorso l’anima e il genius loci. Per comprenderlo bisogna concentrarsi soprattutto su quello che l’autrice cancella.

La bellezza del paesaggio offuscata dalla voglia prevalente di “mettere in luce” i soggetti del suo bestiario. Il colore e la fisicità degli animali ritratti, bianchi e immacolati come l’anima che l’artista riconosce in loro. Gli animali poi sono spesso di spalle, non hanno faccia, marciano verso una destinazione persa nel buio eppure resa fin troppo ovvia dalle citazioni dell’Artusi. E infine il [buon] cibo, che aleggia come una promessa e una minaccia nelle parole sottratte all’esperto e nel futuro dei capi di bestiame ma non si vede mai. Ferretti non intende denunciare.

Ha empatia ma è allo stesso tempo crudele, toglie i colori al pavone, non consente ai buoi di consolarci brucando il pascolo, racconta l’oca solo come un ammasso ben distribuito attorno al suo gustoso fegato. Isola la “bellezza” dei gruppi, la sospende in un magma scuro e la rende astratta, strappata al terreno.

Oltre che sui suoi animali Ferretti lavora sull’idea stessa di fotografia, ne stressa i procedimenti tradizionali spingendola con consapevolezza in un territorio artistico nuovo, dove immagine fotografica, reportage, pittura, disegno, arte (apparentemente) digitale si confondono e si consolidano a vicenda. Tra gli aspetti più impressionanti di questo progetto c’è la capacità della fotografa di “mettere in posa” (inconscia) gli animali: “attraversano” l’inquadratura come se volessero in qualche modo sfuggire al buio che li opprime, si guardano intorno in cerca di uno spiraglio, ma soprattutto quando si tratta di soggetti singoli sembrano dialogare in modo terribilmente intenso con lo sguardo fotografico. Da questo dialogo nascono inquadrature strazianti e memorabili, ai limiti del barocco, che potrebbero inquietarci un poco alla nostra prossima visita al ristorante, o mentre sfogliamo il più classico dei manuali di cucina.

Ilaria Ferretti (Fabriano, 1980) cresce spendendo molti pomeriggi della sua infanzia appollaiata sopra la lavastoviglie nella cucina del ristorante di famiglia, osservando indisturbata il daffare di mamma ai fornelli. Nel ‘99 si trasferisce a Torino per studiare fotografia e avvicinarsi al mondo dell’arte contemporanea. Inizia la sua carriera artistica nel 2002, anno in cui consegue il Diploma in Fotografia al Corso Triennale dell’Istituto Europeo di Design.

Esperta in tecniche di stampa Fine Art analogiche e digitali, attraverso la macchina fotografica e il lavoro di camera oscura realizza opere visionarie, caratterizzate da un estetica personale che fonde pensieri oscuri e bellezza universale. Pippo Ciorra ha definito la sua poetica Punk-Romantik.

Il progetto Bestiario, presentato per la prima volta in Svizzera in occasione della mostra

personale BESTIARIO manuale di cucina alla MUST GALLERY di Lugano nel febbraio-marzo 2016, era presente ad ArteFiera Bologna nel 2015 nello stand della medesima galleria. E’ stato esposto in Italia per ESSERE(e)MISTERO, Rassegna d’Arte Contemporanea a cura di Maria Rita Montagnani presso il Palazzo Mediceo di Seravezza LU nel 2014 e, al Lingotto di Torino, in occasione di Bam on tour – Contemporary Photobox a cura di Edoardo Di Mauro nel 2013; nello stesso anno è stato esposto in occasione della mostra Bestiari (Pietro Bologna, Stefano Faravelli, Ilaria Ferretti, Roberto Kusterle) presso PHOS Centro Polifunzionale per la Fotografia e le Arti Visive a Chieri TO, mentre nel 2011 in Barocco (Daniela Perego, Pia Stadtbaumer, Elke Warth, Ilaria Ferretti) a cura di Franz Paludetto al Castello di Rivara – Centro d’Arte Contemporanea, TO.

A Milano nel 2009 ha presentato CONCRETE, mostra personale organizzata da Veronica Iurich presso Napapjiri Gallery, e tra le altre ha partecipato: nel 2007 alla mostra Il grande disegno, a cura di Elisa Gusella, evento ufficiale Fuori MiArt presso Fabbrica Borroni per la Giovane Arte Italiana a Bollate MI; nel 2005 a Il corridoio dell’arte per lo sport e per la pace a cura di Gabriella Serusi e Gabriele Fasolino al Palazzo della Triennale di Milano. Ha poi esposto a Roma, Bologna, Padova, Trieste.

In Germania, a Colonia, nel 2008 ha esposto per POLYLOG – Mittelmeerbiennale Koln (Biennale della Mitteleuropa sponsorizzata dall’Istituto Italiano di Cultura) presso Rathaus der Stadt Koln.

Nelle Marche, terra d’origine, fonte di energia e d’ispirazione per la sua ricerca da sempre, ha esposto a Monte San Vito AN nel 2009 in occasione di Paesaggi del Lavoro, in mostra a cura di Cristiana Colli e Marco Montemaggi, esposizione dell’omonimo concorso Paesaggi del Lavoro (indetto dall’Associazione Il Paesaggio dell’Eccellenza di Recanati) di cui ha vinto la sezione 1 nelle edizioni 2008 e 2009.

Nei concorsi nazionali di arte contemporanea under 35 è nel 2007 a Padova per Quotidiana07 e nel 2010 finalista al Premio Terna 03, categoria Gigawatt.

Rappresentata da MUST GALLERY – Lugano, Svizzera dal 2014.

Co-Fondatrice e Responsabile del Lab FineArt di PHOS Centro Polifunzionale per la Fotografia e le Arti Visive – Torino dal 2011.

Docente presso il Dipartimento di Fotografia dell’Istituto Europeo di Design di Torino dal 2005 al 2016, dove ha insegnato tecniche di camera oscura e stampa digitale FineArt.

Partner di soulShape, iniziativa volta alla valorizzazione delle culture indigene, minoranze etniche e tradizioni popolari – Italia.

Vive e lavora tra Torino e le Marche.

Dottore di ricerca, fotografa e architetto, dopo la laurea ha ottenuto una borsa di studio per il Master in Photography and Visual Design allo Spazio Forma di Milano e alla Nuova Accademia di Belle Arti, successivamente ha conseguito il dottorato con una tesi sull’ironia in architettura. Ha svolto attività di ricerca come assegnista presso l’Università Iuav di Venezia focalizzandosi sui temi della fotografia documentaria parallelamente a quelli della teoria della progettazione architettonica.

Le sue immagini sono state pubblicate all’interno delle collane dirette da Sara Marini e da Alberto Bertagna “Città e paesaggio. In teoria” per la casa editrice Quodlibet (Macerata) e “Carte Blanche” per la casa editrice Bruno (Venezia).

Progetti fotografici

Architetture di carta, racconto fotografico dell’installazione Onore perduto dell’architetto Maria Giuseppina Grasso Cannizzo presso la 15. Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, 2016.

Chiese chiuse, progetto pubblicato in Marini, S., Bertagna, A., Venice. A document, Bruno, Venezia 2015.

Archeologia scolastica, progetto esposto presso la galleria Spazio Lavì! di Sarnano (MC) nel 2014 e presso la Fondazione Fabbri di Pieve di Soligo nel 2015. Il progetto ha avuto diverse uscite editoriali tra le quali in Marini, S. (a cura di), Immaginari della modernità, Mimesis, Milano 2016.

Waterline, progetto sulle acque della Romagna-Toscana realizzato per l’Istituto dei beni artistici culturali e naturali di Bologna 2015.

Archive of Reality, progetto selezionato per la 98.ma Collettiva Giovani Artisti presso la Fondazione Bevilacqua La Masa, 2014.

Inside/Outside. Progetto Pianeta, progetto commissionato per la IV Festa della Filosofia, Milano 2013.

Di gabbie e di altre gabbie. Dentro le Aviaries di Cedric Price, serie fotografica pubblicata in Marini S., Giancotti A. (a cura di), Alter-azioni. Note oltre la realtà, Hortusbook, Roma 2013.

MIbloom, progetto fotografico sul nuovo quartiere di Milano Fiori, pubblicato in Marini, S., De Matteis, F. (a cura di), Nello spessore, Traiettorie e stanze dentro la città, Hortusbooks, Edizioni Nuova Cultura, Roma 2012.

Xploring handbook: Bio Carrefour, libro fotografico prodotto per l’agenzia Saatchi & Saatchi, Milano/Roma 2012.

Smallness, progetto fotografico selezionato per EAT, Emergent Artists Transmediterranean, a cura di Martina Corgnati e Marco Meneguzzo, Palazzo della Regione e Museo d’Arte di Tel-Aviv, Milano, Tel-Aviv, maggio 2012.

Spaceships, Mountain Photo Festival, residenza d’artista a cura di Luca Andreoni, Aosta 2011. Progetto esposto presso Art Fair di Torino, 2011.

A happy end, Agoramatic, progetto fotografico pubblicato in «Nothing to see here #3 At the end of the world», magazine curato da Francesco Jodice, Milano 2011.

Lost in Franciacorta, esposizione a cura di Luca Andreoni e Francesco Zanot, Frigoriferi Milanesi, Milano 2011.

A cura di Sara Marini

 

Un mondo sta scomparendo. Oggetti, attrezzi, modelli di prova in carta e metallo, riproduzioni del corpo umano e di animali, mappamondi da far ruotare cercando la meta… E’ il mondo dell’archeologia scolastica. Si tratta di un deposito materiale su cui si sono formate schiere di studenti e che progressivamente viene sostituito dall’immateriale, da simulazioni virtuali. Sono cataloghi di una riproposizione del reale spesso custoditi in edifici-arca, in istituti siglati da acronimi e votati alla definizione di mestieri in estinzione.
Tutto ebbe inizio in una struttura scolastica nascosta nel centro di Milano, vuota, solo qualche oggetto metallico e macchinari di un evidente passato recente accoglievano il sole del pomeriggio: gli studenti sarebbero arrivati solo la sera. Lo sguardo di Sissi Cesira Roselli su questi reperti è senza alcuna nostalgia, anzi, forse un accento ironico guida il rilevamento di un atlante che voleva essere fonte di conoscenza e che ora appare sulla scena solo perché pionieristicamente è cercato e imbalsamato dallo sguardo fotografico. Autore ed oggetti si fronteggiano con reciproco stupore, sorpresi di una reciproca necessità: presenti al contempo nella stessa scena, nello stesso spazio senza essersi mai prima incrociati approfittano per ordire trame, dubbi e teorie sul senso dell’archeologia.

Il progetto, svolto tra il 2013 e il 2016, racconta i seguenti istituti superiori:

  • Scuola tecnica diurna e serale IIS G. Giorgi, Milano (indirizzi di Informatica e Telecomunicazioni; Meccanica, Meccatronica ed Energia; Elettronica ed Elettrotecnica; Liceo delle Scienze Applicate; Informatica e Telecomunicazioni; Amministrazione Finanza e Marketing), 2013;
  • Istituto di Istruzione Superiore Ipsia M. Fortuny, Brescia, sede dell’indirizzo moda, 2012;
  • Istituto di Istruzione Superiore Ipsia M. Fortuny, Brescia, sede dell’indirizzo ottico, 2013;
  • Istituto di Istruzione Superiore Ipsia M. Fortuny, Brescia, sede dell’indirizzo arredamento, 2013;
  • Istituto Tecnico Agrario Statale G. Pastori, Brescia, 2013;
  • Istituto di Istruzione Superiore A. Gentili, San Ginesio (MC): Liceo Linguistico, Liceo Socio-psico-pedagogico, Liceo delle Scienze Umane, Liceo delle Scienze Umane ad indirizzo Socio Sanitario, 2014.
  • Liceo Ginnasio Statale L. Galvani, Bologna, 2016.

Per la mostra presso la galleria bolognese Lavì!City il progetto sarà riversato in un grande libro formato A1 che raccoglierà in 50 pagine le immagini principali scattate tra il 2013 e il 2016. L’allestimento è pensato su due livelli di lettura: le immagini saranno veicolate attraverso il libro, la parte testuale del progetto (dati riferiti al sistema scolastico, alle singole scuole fotografate, citazioni, commenti a cura di Sara Marini) scorreranno in proiezione sulla parete retrostante il libro fotografico.

Spazio Lavì! è un’associazione culturale senza scopo di lucro che per sostenere la propria attività si affida al lavoro dei soci e alle quote associative raccolte attraverso la campagna di tesseramento, oltre che sulla vendita delle opere e dei cataloghi degli artisti che ospitiamo nelle nostre gallerie a Bologna e a Sarnano.

La tessera 2017 ha un costo di 20 euro, l’IBAN dell’associazione è IT76O0311102402000000001727.

I soci in regola con la quota associativa potranno beneficiare di sconti speciali sugli acquisti.

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Lavì! City è uno spazio per mostre d’arte inaugurato nel giugno 2016 in un locale in via S.Apollonia 19/A, nel quartiere San Vitale, in piena zona universitaria e a pochi passi dai maggiori musei bolognesi. L’area a fine anni Sessanta costituì uno dei primi e più noti casi di applicazione delle teorie della conservazione integrale del centro storico. Il ripristino tipologico del comparto di via San Leonardo (la via parallela a est) è stato un intervento di recupero che negli anni è entrato nel mito, divenendo emblematico delle pratiche del restauro architettonico in tutta Europa. Via S.Apollonia è una strada popolare e multietnica, ricca di spazi dedicati alla cultura e allo studio, di laboratori di grafica, studi di architetti, spazi verdi.

Davide Catania, (Catania, 1977) è autore di fumetti, illustrazioni e video di animazione.
I suoi lavori sono apparsi su Canicola, Abitare, Rivista Studio, 11, Lo Straniero, Terre di Mezzo, Mucchio Selvaggio, Internazionale.
Vive e lavora a Roma.

Annalisa Sonzogni è nata a Sarnico (BG) nel 1974. Vive e lavora a Londra. Espone regolarmente dal 1998, continuando a indagare i rapporti tra fotografia, architettura e installazione. Si diploma in pittura all´Accademia di Brera nel 1996 e consegue il diploma di fotografia due anni dopo presso il Centro Bauer-ex Umanitaria di Milano. Nel 2006 si trasferisce a Londra dopo aver vinto una borsa di studio al Royal College of Art e nel 2016 si laurea con un dottorato di ricerca presso la Kingston University di Londra. È docente presso la Facoltà di Arte, Design e Architettura alla Kingston University e visiting lecturer all’University of the Creative Arts e Anglia Ruskin University. Ha partecipato a diverse residenze d’artista presso l’École Nationale Supérieure de la Photographie di Arles nel 1999, Gasworks a Londra nel 2007 e T.A.J and SKE projects a Bangalore nel 2016.

Tra i suoi lavori principali: Microchip Metropoli, 2001; Private, 2001; On Board, 2002; Interiors, 2003; Teorema Praha, Torino, Lyon, 2005; Stereo, 2005; Insieme-Unity, 2004; Derive, 2006; Park Hotel, 2007; Pleasure Gardens, 2007; Continuum, 2008; Una eternità, 2008; Surround, 2009; Wild the Need to Leave the Cage of Love, 2009; Passeggeri, 2010; Lilian Baylis School, 2013; 2014; Synopticon, 2014; Identikit I, 2014; Identikit II, 2015, Identikit III, 2015.

Tra i premi ricevuti: 1° Biennale Biennale di Fotografia, Trevi Flash Art Museum, 1998; Fotoesordio, Università Tor Vergata, 1998; Savignano/Arles, 1999; Premio Riccardo Pezza, 2005; Man Group Photography, Royal College of Art, 2008.

Ha esposto i suoi lavori in molte importanti sedi italiane e straniere, tra le quali: Centro Arti Visive Pescheria, Pesaro; Galleria Civica di Modena; Galleria Civica di Trento; Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce, Genova; Palazzo Re Rebaudengo, Guarene d’Alba; Palazzo della Triennale, Milano; Palazzo Terragni, Como; Promotrice delle Belle Arti, Torino; Pinacoteca di Brera, Milano; Museo dei Fori Imperiali, Roma; Istituto Italiano di Cultura, San Francisco; British Library, Londra; Institut Supérieur Des Beaux-Arts, Besançon; Royal College of Art, Londra; Le Botanique, Bruxelles; Lighthouse, Brighton; Ursula Blickle Stiftung, Kraichtal, Germania; Stills, Centre for Photography, Edinburgo; Museum Folkwang, Essen; Norrköping Konsthall, Svezia.

Tra le principali pubblicazioni: C20 Magazine, Artists view: Space and Image, testo di Christopher Heighes, 2015, pp 34-37; Afterimage: The Journal of Media Arts & Cultural Criticism, Vol.43, No.03, Exhibition review, Identikit II, testo di Harriet Riches, 2015; 7 Fotografi a Brera, testi di Sandrina Bandera, Cecilia Ghibaudi, Carlo Bertelli, Tiziana Serena, Giorgio Zanchetti, Skira Editore, 2014; Park Hotel, testo di Ludovico Pratesi, Edizione Pescheria, 2007; Teorema Praha Torino Lyon, monografia, testi di Andrea Branzi e Régis Durand, Nepente Editore, 2005.

A cura di Roberta Valtorta

 

Quando uno spazio viene rappresentato fotograficamente, esso non è più solo una rappresentazione ma diventa una realtà in sé: una nuova realtà autonoma, con limiti ben determinati, luci e rapporti interni stabiliti, che si dispone su una superficie bidimensionale dotata di una propria grandezza, e lì rimane, statica. La scena è ripresa da un punto di vista preciso, quello e non un altro, ed è stretta dentro una inquadratura molto ben determinata, quella e non un’altra. Quando questa fotografia, questo oggetto bidimensionale che rappresenta uno spazio, viene installata in un altro spazio, i due spazi – quello rappresentato e quello “reale” – entrano in una relazione immediata e visivamente potente che li rende improvvisamente necessari l’uno all’altro, ma al tempo stesso diventano incerti, oscillanti, spaesati. Si legano tra loro, eppure uno di essi è uno spazio “virtuale”, è “solo” una fotografia, l’altro è uno spazio “reale”, “vero”. Il noto, classico avvertimento di Magritte “ceci n’est pas une pipe” è lì, evidente, davanti ai nostri occhi: “attenzione, questo non è uno spazio vero, è una fotografia”, eppure la nostra percezione instaura tra i due spazi di diversa natura un rapporto alla pari, come naturale.
A partire dal 2010 Annalisa Sonzogni lavora ad approfondire questo complesso rapporto tra spazio e rappresentazione dello spazio usando sia la fotografia sia l’installazione. In particolare, va precisato, l’artista sceglie lo spazio architettonico. E lo fa immedesimandosi sinceramente nella questione, buttandosi anima e corpo in medias res. Nel 2010, con Passeggeri, installa in ambienti della Casa del Fascio di Como fotografie che ha realizzato nello stesso luogo, e nel 2014, con Synopticon, installa nei saloni della Pinacoteca di Brera immagini da lei realizzate nello stesso luogo. Nella serie in progress Identikit, iniziata nel 2014 ma già annunciata nel metodo in Lilian Baylis School un anno prima, installa invece fotografie di certi spazi in spazi altri aventi con gli spazi fotografati assonanze di forme, colori, strutture. In questo modo il livello di complessità del discorso aumenta e la relazione tra i vari elementi visivi si fa più ambigua, nel senso etimologico del termine: può essere vista da più parti. Infatti l’installazione si offre all’osservatore in due differenti modi: la fruizione diretta nel vero e proprio spazio tridimensionale che accoglie dentro di sé anche le immagini bidimensionali; e la visione dell’installazione fotografata, e in questo caso avremo fotografie che rappresentano lo spazio “vero” all’interno del quale si trovano anche le fotografie installate. Il pensiero corre in questo caso alla nota sequenza fotografica di Duane Michals Things are Queer, che conduce l’osservatore da uno spazio fotografico a uno spazio “reale” e poi ancora a uno spazio fotografico che però sembra uno spazio “reale” e avanti ancora in un percorso straniante potenzialmente senza fine.
Annalisa Sonzogni predilige spazi complessi, con più pareti, finestre, angoli, colori diversi spesso netti e ben differenziati tra loro, utilizza talvolta anche specchi per creare raddoppiamenti, rimandi ed effetti di moltiplicazione delle strutture, come in un caleidoscopio. Non si pensi però a installazioni e immagini che producono un senso di caos o di confuso accavallamento di visioni e geometrie. Al contrario, l’artista punta lucidamente a ricreare spazi credibili, assai articolati ma ben controllati e ordinati quasi come dipinti della stagione astratta o, più esattamente, costruttivista: progettati, proprio come accade nell’architettura. Il suo lavoro è infatti segnato in modo determinante dal rapporto tra fotografia e architettura, mette in discussione l’impianto prospettico della scena ma in fondo lo rispetta e lo riprogetta con decisione e chiarezza, ponendo in dialogo realtà diverse, fisiche e virtuali come si diceva, sulla base delle quali possono nascere narrazioni diverse, sia di tipo visivo, sia di tipo architettonico. Va poi sottolineato che Sonzogni sceglie sempre spazi vissuti, nei quali è possibile leggere tracce di storia e di vite umane che di lì sono passate: qua e là dagli ambienti affiorano dunque frammenti di memorie individuali e collettive, a dimostrazione che l’architettura è qualcosa di vivo, è un organismo nel quale il visitatore-osservatore sente il peso del tempo, e sente il proprio vissuto misteriosamente mescolarsi a quello del luogo.

A cura di Elena Orlandi

 

Dopo lo sfratto, un padre e un figlio cercano casa. Molte ne vedranno: muri, finestre, tetti, persiane, staccionate, pali; vetri, legno, pietre, mattoni.
Si vive non solo nei bei palazzi dei quartieri gentrificati alla moda, ma anche in piccole stanze in affitto, cascine semiabbandonate, appartamenti classe energetica G, sottotetti e cantine, ruderi in estrema periferia, roulotte, baracche, tende.
Il racconto di Davide Catania parla di questo, e i disegni che lo integrano e sovraccaricano diventano indispensabili alla comprensione della ricerca ossessiva e della discesa spiraliforme verso alloggi sempre meno riconoscibili, in quanto tali, agli occhi di noi portatori di uno sguardo privilegiato e perciò profondamente miope.
Il segno spezzato, dinamicissimo, della matita morbida, che tradisce il gesto veloce e ripetitivo, restituisce movimento alle strutture delle case, delle automobili, dei parcheggi, delle impalcature. Tutto è mobile, anche gli immobili per eccellenza; tutto è instabile, precario.
Forse solo l’accumulare segno nero su segno nero restituisce un po’ di struttura alla materia, proprio mentre la mette in discussione, ma questo è subito contraddetto dall’uso dei piccoli fogli di carta povera che quel segno accolgono.
Niente rimane fermo, tutto si inclina e infrange, come preso in un vortice veloce, eppure un paesaggio viene ricomposto.
Un paesaggio fatto di pietre, impalcature, staccionate, ferri vecchi e arrugginiti. Un paesaggio in cui ricostruire il bello in maniera più privata e meno appariscente, perché questo è necessario.
Dove il bello non c’è, va immaginato.

Oltre il paesaggio

 

Il 15 ottobre 2016, XII giornata del contemporaneo dell’ AMACI, abbiamo allestito una mostra collettiva dal titolo “Oltre il paesaggio” nella sede di Lavì! City a Bologna.

Sono esposte opere di alcuni degli artisti che abbiamo ospitato negli anni scorsi. Il titolo sottolinea che oltre a tutelare e valorizzare i nostri beni culturali è importante sviluppare azioni di miglioramento dei paesaggi ordinari, spesso preda dell’indifferenza e dell’individualismo. Gli artisti che espongono sono impegnati a testimoniare attraverso il proprio lavoro, con punti di vista differenti, un’attenzione viva al rapporto tra l’ambiente di vita collettiva e le singole identità degli abitanti. Le opere, visibili nell’archivio mostre, sono a disposizione di chi intende acquistarle, per sostenere l’attività della associazione. Contattateci.

A cura di Sara Cipolletti

 

L’esposizione in corso, ed il libro che la accompagna, presentano una selezione di fotografie alle quali Mariano Andreani consegna la narrazione di una esplorazione compiuta attraverso la pianura centrale veneta.

Con l’occasione l’autore cerca di chiarire un’ipotesi complessiva di approccio e orientamento nella descrizione dei territori contemporanei: le sequenze fotografiche sono infatti le figure narrative conclusive e successive nelle quali far convergere sia i diversi processi di conoscenza di un territorio, quello elementarista per parti che compongono il tutto e quello per relazioni analogico-differenziali, sia i due punti di vista contrapposti ma peculiari della rappresentazione, quello cartografico e quello fotografico.

L’immagine satellitare presente in mostra individua una porzione di territorio inscrivibile in un quadrato di 50×50 Km e rappresenta l’estensione del campo di indagine, mentre una linea trasversale seleziona gli elementi, le figure e le strutture, mettendo in relazione ambiti, percorsi, punti nodali, tematismi geografico-ambientali e infrastrutturali.

Organizzata in una unica sequenza fotografica, la mostra ricostruisce idealmente quella linea di sezione cui si faceva riferimento, in un nuovo percorso astratto ed esperienziale, che non permette più di segnare categoricamente su carta il tracciato reale del percorso, ma diviene appunto una nuova topografia possibile dei luoghi.

La programmazione delle mostre e delle altre iniziative organizzate da Spazio Lavì! copre tutto il 2017. Lo spazio di Sarnano è al momento chiuso per terremoto, e pertanto proseguiamo le nostre attività a Bologna, a Lavì! City. Il 28 gennaio, in concomitanza con Arte Fiera, si inaugura la mostra fotografica di Sissi Cesira Roselli Archeologie scolastiche. L’atlante, curata da Sara Marini. Nella primavera del 2017  avremo il Bestiario di Ilaria Ferretti (www.ilariaferretti.it), fotografa marchigiana attiva a Torino, presentata da Pippo Ciorra. Nel periodo estivo a Sarnano ospiteremo una mostra di Giovanni Matarazzo e i paesaggi mediterranei di Manuela Caldi, architetto bolognese, realizzati con le terre dell’amatissima isola d’Elba. Inoltre in primavera il Loggiato comunale ospiterà la sesta edizione di Sarnanoscape, organizzata come sempre in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Macerata in base alla convenzione in atto con il Comune di Sarnano e l’ABAMC, rinnovata pochi mesi fa per un altro triennio.

Continue reading “Work in progress”

Dal 9 al 23 settembre 2016, in collaborazione con l’Ordine degli Architetti di Bologna e con il patrocinio dell’Istituto regionale per i Beni Culturali e del Quartiere Santo Stefano, laboratorio fotografico sui giardini di città.
Workshop condotto da Fabio Mantovani su alcuni giardini del centro storico bolognese (Belmeloro, del Guasto, Parco della Montagnola, Orto Botanico) assai diversi quanto a tipologia, storia, uso attuale. I materiali fotografici prodotti saranno utilizzati per iniziative pubbliche nei prossimi mesi.
Continue reading “Il workshop Giardini di città”

www.spaziolavi.it ha sostituito il blog spaziolavi.wordpress.com, i cui contenuti sono visibili attraverso link nell’archivio del nuovo sito. Vogliamo che www.spaziolavi.it diventi per noi un motivo di crescita continua e un fattore di evoluzione, oltre che uno spazio virtuale di informazione, discussione, offerta di servizi, informazioni sugli acquisti delle opere presentate nelle mostre curate dalla nostra associazione.

A cura di Maria Luisa Vezzali

 

Colloquio con Mirta Carroli a cura di Maria Luisa Vezzali

 

Il termine “evoluzione”, scelto da Mirta Carroli come titolo di una delle sue ultime fatiche e per sineddoche anche della sua più recente personale, sembrerebbe – a una prima reazione – alieno rispetto al campo d’azione della scultrice. Sia perché le sue opere arcane e taglienti si collocano in una zona lontanissima dalla proteiformità delle linee curve zoomorfe e dall’ambito biologico che la parola evoca, sia perché chi ha familiarità con questa artista ben conosce la sua frequentazione esperta e affettuosa della tradizione, il suo rispetto per il passato, la sua rara sensibilità poetica e mitopoietica. Ma “evoluzione” significa più in generale ogni processo di trasformazione graduale per cui una data realtà passa da uno stadio all’altro attraverso perfezionamenti successivi ed è qui che si innesta il senso pieno e profondo della parola per Mirta Carroli: un progress vita/arte di lavorio incessante, senza alcun riposo sulla soddisfazione dei risultati, di umile ripensamento e messa in discussione, di indefesso apprendimento. Dopo ventidue anni di amicizia, collaborazione, felice sinergia tra poesia e scultura, e con alle spalle l’esperienza di due libri realizzati insieme, posso affermare con sicurezza che Mirta è movimento, fucina, ribollire di creatività, intelligenza e passione e le sue opere sono come graffi sulla volta del tempo, armi per incidere nel mondo quel che resta della presenza positiva dell’umano, per affermare la ricchezza di una dimensione “virtuale” altra, non in opposizione alla quotidianità, ma in sua difesa e potenziamento.

Che cosa rappresenta per te la mostra che stai preparando per la galleria Spazio Lavì! a Sarnano, nel cuore delle Marche?

E’ una personale di riflessione, su tutto il mio lavoro. Verranno presentati infatti sculture, disegni e gioielli: questi sono i campi di interesse che mi vedono maggiormente impegnata. Vorrei costruire uno spazio compresso, forte e omogeneo nelle due sale comunicanti della galleria. Ogni opera deve catturare l’attenzione e rimandare come contenuto e affinità a quella successiva, per ottenere una unitarietà di intenti.

Le tue ultime sculture, tra cui quella recentemente inaugurata in una rotonda davanti alla Stazione di Lugo, sono in ferro, il materiale che prediligi e che – come spesso dici – costituisce il tuo materiale di affezione. Hai usato anche in questo caso il tuo amato ferro?

La scultura principale “Evoluzione” è nella mia ricerca una novità assoluta perché eseguita in acciao COR-TEN. Non avevo mai usato questo materiale per le sculture di piccole e medie dimensioni. Le altre sculture invece sono in ferro non patinate. “Evoluzione” è costituita da tre elementi avvicinati con forme circolari frazionate. Suggerisce un movimento quasi inarrestabile dei volumi. La stessa tensione viene avvertita anche nelle altre sculture, soprattutto sul bassorilievo a parete, dove ho utilizzato ferri antichi forgiati a mano provenienti da Sarnano.

Disegnare, quasi ogni giorno, è una tua grande passione. Il disegno è per te una grande sfida; cerchi di ottenere dalle matite e dalle chine la massima espressione. A che punto siamo con il disegno?

Presenterò una serie di nuovi disegni creati appositamente per questa mostra. Verranno esposti nella “sala rossa” della galleria dove le pareti sono decorate con un vivace fondo rosso pompeiano. I disegni richiamano le sculture e costituiscono una nuova ricerca iconografica di forme e volumi. I segni sono estremamente sintetici e i colori delle chine rimandano a una tavolozza ridotta fondamentalmente ai rossi e ai neri, senza per altro dimenticare i toni bruni che si legano alle sculture in ferro. Cerco di migliorarmi e di riflettere molto sui disegni. Mi accompagna sempre una massima di Paul Valéry che condivido pienamente: «il disegno è la più ossessionante tentazione dell’intelletto».

Saranno presenti in mostra anche alcuni gioielli in argento. Noi abbiamo lavorato molto sui gioielli, riflettendo insieme sul senso e sulle rifrazioni delle linee, sui rimandi delle pietre e dei frammenti, sulle possibili continuità tra parola/segno/corpo/spazio, arrivando nel 2011 alla pubblicazione di un libro d’artista, Forme implicite. Gioielli di faiences / Unearthed Shapes. Faiences jewels, edito dalla casa Editrice Allemandi di Torino. Tu affronti diverse linee nella tua ricerca del gioiello contemporaneo. In questa occasione cosa presenti?

Insieme ai galleristi ho pensato di posizionare i gioielli in parete come piccoli quadri. I gioielli appositamente progettati ed eseguiti per questa mostra sono piccole sculture a tutti gli effetti in un metallo prezioso come l’argento. Sono accompagnati da corallo, lapis e frammenti di maiolica faentina del cinquecento “famiglia alla porcellana”. Frammenti di maioliche antiche che da tempo utilizzo come pietre preziose e che incastono nel metallo. Ho chiamato questa mia ricerca “Delle forme pure”. In questi gioielli posso sperimentare molte tecniche dell’oreficeria e ricercare linee nuove nella scultura di piccole dimensioni su gioielli da vivere e da indossare nella contemporaneità.

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A cura di Luciano Leonotti

 

La Torre di Babele (Genesi, 11, 1-9). Tutti parlavano la stessa lingua e vollero costruire una torre che arrivasse fino al cielo. Dio vide in questa opera un atto di superbia, così li confuse facendo in modo che parlassero lingue diverse e li disperse su tutta la terra.

La Torre Unipol di via Larga, fotografata da Angela Todaro, si ferma molto prima di toccare il cielo per paura di qualche anatema, ma nello spazio lineare sul limitare della pianura è lì piantata come una lama a provocare. Le fotografie guardano da tutte le angolazioni come per sincerarsi di quello che è avvenuto in un paesaggio semplice fatto di condomini, supermercato e giardini pubblici, la torre è sola, l’unico riferimento similare è un condominio anni settanta, ma è una brutta compagnia. La torre non sembra eretta dalla terra ma piovuta dal cielo, UFO verticale che da un momento all’altro pare possa ripartire, di notte, silenziosamente. Le immagini testimoniano la sua presenza ma anche la sua assenza, skyline alterato come un elettrocardiogramma che ha un sobbalzo improvviso, un colpo, visivo. La luce quasi sempre chiara nell’aria tersa autunnale prova a scaldare le lucide superfici taglienti del totem metallico insieme alle fronde dei pioppi, che si agitano, indifferenti. Le macchine sfrecciano sulla Provinciale, rallentano all’incrocio e ripartono con stridore.

Nessuno più vede queste devozioni al cielo fatte di piccole stele, edicole votive popolari nate per viaggiatori lenti, alle quali essi misuravano e affidavano il proprio destino in cammino. Qualcuno ancora protegge dalle sterpaglie queste presenze verticali e porta qualche fiore, e ci conforta lo sguardo di Gianmaria Orlandi che le ha scovate, mostrate e sottratte all’indifferenza delle mutazioni del paesaggio, dai detriti, dai cartelli, dall’asfalto, dalle villette. Se il sacro è stato allontanato dal nostro mondo contemporaneo, queste stele contadine testimoniano di un mondo semplice che si è fatto complicato e astratto. Sono a ricordare che il nostro cammino ha bisogno di punti di riferimento, di soste per meditare dove stiamo andando, che molte cose che stiamo facendo forse sono vane, che siamo trascinati da un vortice di cose da fare che ci fanno percorrere i nostri spazi senza appartenere a questi spazi, come fuggitivi in cerca di qualcos’altro, e quindi osservare queste tracce erette prima di noi è come riappropriarsi del tempo e fermarlo per il nostro bene.

Luciano Leonotti

 

Mostra tenutasi in occasione di Opentour 2016

Dalla pittura alla scultura e all’incisione. Dalla fotografia al design, dalla moda al fumetto, dalla grafica alle produzioni cine-video. Una quarantina di eventi in cinque giorni, negli spazi di via Belle Arti 54 e in giro per la città, in gallerie d’arte, chiese, luoghi istituzionali e altre sedi espositive. È il ricchissimo programma di Opentour, una festa dell’arte lunga una settimana: da martedì 9 a sabato 13 giugno, in occasione della fine dell’Anno Accademico, l’Accademia di Belle Arti di Bologna apre le porte alla città e mette in mostra i lavori realizzati dai suoi studenti.

 

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Gli studenti dell’Accademia di Belle arti di Macerata (ABAMC) partecipanti al workshop Sarnanoscape 5

 

Paraskevi Andronikou, Diana Avenoso, Maria Rosaria Consolo, Diego Di Giandomenico, Ilaria Di Mambro, Simone Dionisi, Eleftheria Eleftheriou, Matteo Evandri, Federica Ferracuti, Giuseppina Fratepietro, Andrea Giorgetti, Alessio Giulioni, Marianna Guerra, Rebecca Lamona, Beatrice Livi, Giulia Maponi, Sara Mercorelli, Elisa Moretti, Hisako Mori, Altea Nori, Sonia Pacetti, Irene Pantella, Panagiota Petrou, Sonia Petrocelli, Simone Pianesi, Paolo Pierangeli, Massimo Provelli, Elisa Pietrella, Rebecca Quintavalle, Beatrice Rutkowski, Luca Sabbatini, Fausto Nicola Sacripanti, Alice Schmidt, Sebastiano Sciacqua, Martina Taffetani, Simone Virgini, Elisa Vitali, Xing Yu Zhou, Yeci Tan.

sarnanoscape

 

A cura di Marina Mentoni e Paolo Gobbi, con la collaborazione di Emanuele Bajo, Matteo Catani, Paul Meccanico

 

Facendo seguito alla convenzione, stipulata nell’anno accademico 2012-13, tra l’Accademia di Belle Arti di Macerata, l’Associazione Culturale Spazio Lavì! e il Comune di Sarnano, il  workshop SARNANOSCAPE 5 – Abitare un luogo. Storie, volti e cose di Sarnano si è posto l’obiettivo di continuare il proficuo rapporto di collaborazione e di scambio – che nel 2013-14 si è concretizzato nel workshop sul frottage SARNANOSCAPE 3 e nel 2014-15 nel workshop sull’acqua SARNANOSCAPE 4, oltre che negli eventi espositivi finali presso il Loggiato Comunale di Sarnano – con una realtà locale attenta alla valorizzazione di tutto ciò che caratterizza il suo patrimonio socio-culturale.

Inserito nelle celebrazioni del 750° anniversario del riconoscimento a libero comune, il progetto si configura come strumento d’incontro e dialogo con le persone (abitanti e lavoratori di ogni genere) che connotano con il loro esistere e agire quotidiano la vita cittadina di Sarnano. Particolare attenzione è stata rivolta non solo agli antichi mestieri e saperi, ma anche alle nuove realtà produttive e alla loro capacità di mantenere, attraverso il lavoro, attivo e vivo il territorio. La raccolta di testimonianze dirette provenienti da settori diversi (agricoltura, industria, artigianato, cultura, turismo, ecc.) ha contribuito alla costruzione del docufilm Abitare un luogo. Storie, volti e cose di Sarnano, parte costitutiva del workshop, in cui l’esperienza passata o presente del fare e l’importanza della sua trasmissione culturale, così come il racconto di vite vissute, hanno stimolato gli studenti non solo nella produzione di immagini fotografiche, nelle registrazioni video e nel montaggio, ma anche nell’esecuzione di opere che, declinate con varie modalità espressive, promuovono ulteriori riflessioni sul senso dell’abitare e sul valore costruttivo del fare.

La mostra allestita nel Loggiato Comunale si presenta come un grande raccoglitore di memoria, di appunti e ricordi, un “deposito” di immagini e oggetti, in contenitori di diversa grandezza, prevalentemente aperti, i quali, composti singolarmente con la tecnica dell’assemblage e dislocati nell’installazione a terra, costituiscono un insieme eterogeneo, ma armonico, che alludendo simbolicamente a una planimetria tridimensionale di Sarnano, rivisita e reinterpreta le tipologie professionali così come la loro produzione di beni materiali e immateriali.

La carrellata di fotografie distribuite lungo le pareti, ritratti e luoghi visitati, guida il percorso espositivo soffermandosi sullo scorrere della quotidianità scandita dal lavoro e dalle relazioni umane, dal loro valore.

Il rapporto tra arte e impresa, sollecitato e ospitato da Spazio Lavì!, è documentato nella mostra  Progetto Airstone dove sono esposti i risultati di un felice incontro tra l’ABAMC e la ditta Paul Meccanico. Si tratta di undici progetti di una borsa della collezione, il modello Airstone, ideati dagli studenti e presentati insieme alle quattro borse premiate. Realizzate con sapiente cura artigianale, le borse comunicano, nella loro originale unicità, quanto nel processo formativo siano fondamentali le occasioni di crescita, le esperienze di confronto e di scambio con chi opera, a vario titolo, nel territorio.

SARNANOSCAPE 5 ha visto la partecipazione degli studenti iscritti ai corsi di Tecniche Pittoriche, Tecniche e Tecnologie delle Arti Visive Contemporanee, Laboratorio delle Tecniche per la Pittura, Pittura, Applicazioni Digitali per l’Arte, Fotografia dei Beni Culturali, Paesaggistici e di Architettura, Metodologia Progettuale Comunicazione Visiva.

Marina Mentoni

FORMAZIONE
2009 Laurea in Pittura, Universitatea de Arte si Design Cluj Napoca (RO)
2007- 2008 Erasmus Accademia di Belle Arti di Macerata (I)
2005 Diploma al Liceo d’Arte Victor Brauner Piatra Neamt (RO)
PREMI
2010 Primo Classificato, Autoritratto, Galleria Antichi Forni, Macerata
InOpera 2010, Palazzo Buonaccorsi, Macerata
2008 Premio Artemisia 2008, Mole Vanvitelliana, Ancona
2006 Premio Speciale miglior disegno, Olimpiadi Nazionali di Arti Visive a Storia dell Arte, Timisoara (RO)
Primo Premio, Concorso Belle Artit, Giornata Europea, Piatra Neamt (RO)
2005 Primo Premio Europe at School, Competizione Europea con il patrocinio del Parlamento Europeo, Nana Mouskouri Focus on Hope Foundation Bucuresti (RO)
2004 Primo Premio Pittura, Olimpiadi Nazionali delle Arti Visive, Architettura e Storia dell’ Arte, Arad (RO)
Primo Premio Diploma Pro Schola, Piatra Neamt (RO)
Primo Premio Workshop di Pittura, Scultura e Grafica , Poiana Sarata (RO)
20+Timisoara=Art, Timisoara (RO)
1998 First Prize and Special Prize, Painting National Workshop, Homorod Harghita (RO)
MOSTRE PERSONALI
2014 Explorium “Spazio per l’uomo”, Nuova Comes, Senigallia
Opere Dipinti Kapitelsaal, Abbey Kloster Gallery, Benediktbeuern (Germania)
2012 Chi ha paura dell’uomo nero? La vita a colori, Salone dei duecento, Palazzo Vecchio, Firenze
Un tempo anche gli alberi avevano gli occhi, M&T Expo Terminal Aeroporto, Ancona
2011 Marta, Michela e un amico, Diversoinverso Foundation, Monterubbiano (FM)
2009 Portrete, Mirionima Gallery, Macerata
Le Dame, I Cavalli, I Cavalieri e l’Onor Perduto, Palazzo Cima della Scala, Cingoli
 2008 Riprendimi, Abbazia di Rambona, Pollenza (MC)
MOSTRE COLLETTIVE
2013 Marche centro d’arte, Pala Riviera, San Benedetto del Tronto
2012 Festival Nazionale Degli Studenti Universitari SUM, Spazio Mirionima, Macerata 25 anni di Erasmus, Macro, Roma
2011 Biennale di Venezia, Padiglione Italia alla 54. Esposizione, Orto dell’Abbondanza, Urbino
2010 Stanze Aperte, Altidona (FM)
Visionaria, Sant’Omero (Teramo)
InOpera 2010, Palazzo Buonaccorsi, Macerata
Autoritratto, Antichi Forni, Macerata
Premio Artemisia 2010, Mole Vanvitelliana, Ancona
2009 Declinazioni della figurazione contemporanea, Galleria Artemisia, Falconara Marittima
2008 Appuntamento all’Orto, L’Orto dei Cappuccini, Morrovalle (MC)
Our friends from Macerata, The Borland Gallery, School of Art and Design Salford (UK)
La terra ha bisogno degli uomini, Reggia di Caserta
Premio Artemisia 2008, Mole Vanvitelliana, Ancona
2007 Exhibition of students from Fine Arts University, Cluj Napoca (RO)

 

Indirizzo: Via Resse 6 -62100 Macerata (Italy)
Telefono: 327-7329056
E- mail: ciuca_madalin@yahoo.com

 

A cura di Paola Ballesi

 

Ciò che è nascosto non ci interessa
Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche  

 

L’esergo sembra illuminante per comprendere il percorso di ricerca del giovane artista rumeno Mӑdӑlin Ciucӑ, dalla formazione all’Accademia di Belle Arti di Cluj Napoca, perfezionata in Italia presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata che ha accompagnato i suoi esordi nel mondo della pittura e l’ingresso nel sistema dell’arte, fino alla più recente produzione.

Le ragioni della sua pittura, infatti possono essere fatte risalire alle concause della rivoluzione scientifica del XVII secolo, basata sul presupposto che bisognasse raschiare la superficie delle cose per cercare il fondamento della realtà oggettiva profonda, immodificabile, indipendente dal soggetto e così raggiungere descrizioni condivise e giudizi universali su cui impiantare le discipline scientifiche. Ne è seguito di rimando che lo studio della superficie, di ciò che appare, è divenuto nel tempo sempre più interessante  proprio perché le scienze sono state costrette ad impoverire la descrizione dell’apparenza dei fenomeni pur di poter andare allo scandaglio di principi fondamentali. Di fatto, il prezzo pagato per costruire modelli matematici che giustificano il mondo, dalle scienze naturali all’economia finanche alle scienze dell’uomo, è l’eliminazione della nostra esperienza diretta, l’unica che invece rende ragione di questo mondo variegato, ricco, affascinante.

Dunque, al di là degli indubbi irrinunciabili vantaggi derivati dallo sviluppo delle scienze e dei modelli matematici che  rendendo affidabile la realtà hanno contrassegnato le tappe del progresso scientifico, c’è una qualità dell’esperienza soggettiva che in qualche modo deve essere salvaguardata. Di questo delicato compito, a partire dall’ultimo scorcio dell’800, quando diventa virale la crisi di fiducia nelle facoltà dell’intelletto e  nelle possibilità del linguaggio razionale di comunicare il reale,  si fa carico in particolar modo la ricerca artistica. Dalle arti visive alla musica, la potente carica “fenomenologica” insita nelle arti che vantano una precipua, stretta relazione tra io e mondo, diventa il dispositivo più idoneo per indagare l’universo cangiante delle apparenze che schiudono  nuovi possibili scenari e con essi nuovi significati.

Su questa lunghezza d’onda trova la sua spontanea fonte di ispirazione la pittura di Mӑdӑlin Ciuca, da sempre concentrato sul tema del ritratto che gli consente, confrontandosi con i grandi artisti del passato,  di cavalcare le superfici, moltiplicare le luci e le ombre attraverso lo spettro delle tonalità percettive con cui  inquadra e contemporaneamente disgrega tanto il profilo di un volto quanto quello di una montagna.  Ritratti costruiti imbastendo pazientemente le molteplici caleidoscopiche versioni dell’apparire allo sguardo, vibratili di emozioni e di incroci sapientemente catturati dal pennello con tocchi densi e pesanti, o leggeri e impalpabili come quelli suggeriti dalle trasparenze delle sottili velature. In questo modo, pennellata dopo pennellata, gesto dopo gesto, l’artista compone l’immagine che comincia ad acquistare fisionomia man mano che si libera dalla forma statica dell’oggetto ‘ritratto’ per diventare fenomeno intenzionato da una coscienza e dunque qualcosa di essenziale perché, sostiene Sartre, “l’apparenza non nasconde l’essenza, la rivela: è l’essenza”.

Le pennellate  accompagnano e assecondano impercettibili  ritmi di sistole e diastole precisi ed armonici  che certificano come l’artista abbia gradualmente liberato e guadagnato alla vita esseri altrimenti ancora prigionieri dell’hic et nunc dello scatto fotografico, grazie al suo sguardo penetrante restituito dalla potenza del gesto creativo tanto più forte e seduttivo quanto più guidato dal sapere della tecnica e dalla nonchalance della sprezzatura. Tecnica, talento, creatività sono qualità indispensabili per declinare un’arte che si offre nel suo artificio come natura, una naturalezza che può essere conseguita e raggiunta solo attraverso la fatica e lo studio, che perciò si trova alla fine e non all’inizio di un percorso di ricerca attento sia alla contemporaneità che alla storia.

In questa mostra  il canovaccio per la messa in scena dell’apparire è il bianco e nero con tutta la gamma dei grigi, i toni e i contrasti sapientemente dosati dall’artista per presentare il motivo del ritratto rivisitato con la sensibilità del Lebenswelt, il mondo della vita o delle validità pre-logiche che contrariamente all’oggettività scientifica mostrano le cose come sono nella loro essenza. A questo mondo appartengono i soggetti rappresentati che Mӑdӑlin ci fa vedere. Volti umani ora trattati come rocce scistose, volumi scabri e petrosi resi con pennellate forti e drammatiche che portano ad una intensa accentuazione espressiva, ora vibratili di emozioni ma più composti e classicheggianti. E allo stesso modo vedute aeree di paesaggi, catene di montagne dell’Appennino marchigiano  dipinte  come corpi  vivi  ed ansanti adagiati in  vaste pianure con le sommità immerse in cieli grigi screziati, profondi e gonfi di nubi.

Così lo spazio della tela travalica verso gli spazi immensi dell’arte dove la gradualità dei toni e i forti contrasti giocano una partita senza esclusione di colpi mentre la luce dei bianchi a volte spiazza e a volte intenerisce le ombre in un equilibrio armonico che non può e non deve essere sconvolto. Infatti, proprio l’incommensurabilità degli “infiniti spazi” diventa la misura per l’accettazione e la consapevolezza del limite che scardina la hybris del possesso e del potere mettendo uomo e natura sullo stesso piano. Accomunati e sublimati con identica scioltezza tecnica nella poesia dei portrait, uomo e natura vanno incontro al loro incalcolabile destino scandito da millenarie increspature di onde gravitazionali che si propagano all’infinito intrecciate ad impercettibili refoli di sintesi spirituali fatte di storie, miti e leggende di Sibille, Amalassunte, Angeli RibelliAntiche lontanissime eco che rimandano all’immensità degli spazi siderali e dell’immaginazione.

Paola Ballesi

Paolo Groff è nato a Trento nel 1964. Medico d’urgenza, si appassiona alla fotografia all’età di sedici anni e vi si dedica da allora in forma amatoriale. I suoi lavori fotografici si occupano principalmente di paesaggi antropizzati in cui i territori dell’uomo ed i suoi oggetti vengono osservati come veicolo di analisi dell’abitare contemporaneo.

Mostre collettive

Katastrophé, DOCfield Dummy Award Fundaciò Banc Sabadell The Folio Club Barcellona (2015, Silvia Vespasiani + Paolo Groff); Guardare dentro il quartiere, Palazzina Azzurra San Benedetto del Tronto (2014, Paolo Groff).

Silvia Vespasiani è nata a San Benedetto del Tronto nel 1967. Architetto Ph.D, dopo la laurea si trasferisce a Barcellona fino al 2004 dove affianca il lavoro professionale a ricerche sulle trasformazioni dello spazio urbano in cui sperimenta la fotografia come strumento disciplinare d’indagine e di rappresentazione. Attualmente si dedica a progetti fotografici di lungo termine prevalentemente rivolti alle trasformazioni dei luoghi abitati.

Mostre collettive

Rosolinamare, Museo Regionale della Bonifica Cà Vendramin Taglio di Po (2015, Silvia Vespasiani); Katastrophé, DOCfield Dummy Award Fundaciò Banc Sabadell The Folio Club Barcellona (2015, Silvia Vespasiani + Paolo Groff),Strato Impermeabile, Palazzina Azzurra San Benedetto del Tronto (2014, Silvia Vespasiani).

A cura di Giovanna Calvenzi

 

Claudio Sabatino propone per questo lavoro due possibili titoli. Quale quello più idoneo? “La città intorno” svela subito le intenzioni, invita a guardare oltre una prima evidenza. “Il Bel Paese” è certo ironico, rimanda a un passato ormai lontanissimo, contiene una punta di nostalgica amarezza. Nella loro ingannevole dolcezza, nelle loro cromie prive di aggressività, le immagini di Claudio Sabatino sono invece un monito implacabile nei confronti della stupidità umana. In questi magnifici ritratti di edifici dell’antichità, lo sguardo superficiale dell’osservatore coglie le vestigia greco-romane nel loro splendore, quello splendore che la fotografia diretta e sobria di Sabatino, figlia della lezione del “linguaggio documentario” di Walker Evans, sottolinea senza enfasi. Poi scorge, inevitabile, il traffico, quindi le architetture contemporanee, l’impietosa convivenza senza rispetto di passato e presente. La fotografia di Sabatino induce e accompagna la comprensione, suggerisce con leggerezza lasciando la consapevolezza del disastro avvenuto all’interpretazione di ognuno.

L’occasione per iniziare questa indagine è stata offerta a Claudio Sabatino, dieci anni fa, grazie all’invito a partecipare a una mostra collettiva che si proponeva di riflettere sul “paesaggio tradito”, sul degrado del paesaggio italiano (*). Per l’occasione lui stesso aveva scritto: “A nord di Napoli, i Campi Flegrei sono una vivida testimonianza della ricchezza dei valori storici che l’architettura classica è capace di tramandare, ma sono anche uno degli esempi della maggiore contraddizione che l’antropizzazione del territorio propone. I Campi Flegrei sono luoghi condannati dalla lenta e inesorabile crescita della città diffusa, che si costruisce, quasi in un moto spontaneo, tutt’intorno alle presenze archeologiche: il nuovo si affianca all’antico senza soluzione di continuità”.

Cresciuto all’ombra dell’area archeologica di Pompei, Sabatino ha innata la consuetudine al rispetto per le tracce del passato. Inizia quindi la sua indagine con un feroce senso di impotenza, animato dalla voglia di raccontare, catalogare, documentando dapprima la zona a nord ovest di Napoli, i Campi Flegrei appunto, e allargando poi la sua ricerca verso Roma e altre città. Compone le sue immagini in polittici che suggeriscano un effetto di soffocamento e l’avanzare della “città diffusa”, che sembra voler inghiottire templi, sacelli, archi, si compone in una sorta di accerchiamento progettuale. Con il passare del tempo affida a ogni singola immagine una valenza propria. Nelle opere che oggi propone non c’è sdegno, non c’è volontà di denuncia, ma solo la decisione di coinvolgere nella sua sofferenza civile gli osservatori delle sue foto. Ed è grazie a questa formale sospensione di giudizio, a questa distanza equa che il fotografo pone fra sé e i manufatti dell’uomo che emergono, ancora una volta, la potenza del linguaggio documentario e la maestria con la quale Sabatino sa utilizzarlo.

 

(*) “Il paesaggio tradito. Sguardi su un territorio compromesso”, mostra collettiva alla Galleria San Fedele, Milano, dal 26 novembre 2005 al 6 febbraio 2006.

Nino Migliori (Bologna, 1926) è uno dei più importanti fotografi italiani. Attivo fin dal 1948, ha contribuito in modo preminente alla evoluzione della fotografia da attività professionale a forma d’arte universalmente riconosciuta. Tra le sue mostre recenti è da ricordare l’antologica svoltasi nel 2013 a Palazzo Fava a Bologna. Le sue opere sono presenti nelle maggiori collezioni pubbliche e private a livello internazionale.

A cura di Roberto Maggiori e Piero Orlandi

 

Venerdì 31 luglio alle ore 18 si apre allo Spazio Lavì! di Sarnano la mostra di Nino Migliori, Zooforo Immaginato, a cura di Roberto Maggiori e Piero Orlandi. L’allestimento è composto da 13 fotografie tratte dalla serie di immagini dedicate dal fotografo bolognese alle sculture duecentesche di Benedetto Antelami poste sulle pareti esterne del Battistero di Parma.

Per l’occasione viene pubblicato dall’Editrice Quinlan un libro in edizione limitata e numerata, firmata dall’autore, che sarà disponibile in galleria e verrà presentato nel corso di un evento a Sarnano, durante il periodo di apertura della mostra.

Le foto di Migliori sono state scattate a lume di candela, per riprodurre l’atmosfera in cui erano visibili all’epoca della realizzazione delle sculture. Luce e medioevo: ecco perché Spazio Lavì! ha voluto esporre nei propri spazi queste immagini nell’anno europeo della luce, il 2015, che per Sarnano è anche l’anniversario (settecentocinquantesimo) della nascita del Comune; che fu fondato nel 1265, quando il lavoro di Antelami era stato terminato solo da qualche decennio. Una mostra che è anche un omaggio alle opere del romanico a Sarnano, a partire dal portale della chiesa di Santa Maria di Piazza Alta, per finire all’Abbazia di Piobbico.

Nino Migliori (Bologna, 1926) è uno dei più importanti fotografi italiani. Attivo fin dal 1948, ha contribuito in modo preminente alla evoluzione della fotografia da attività professionale a forma d’arte universalmente riconosciuta. Tra le sue mostre recenti è da ricordare l’antologica svoltasi nel 2013 a Palazzo Fava a Bologna. Le sue opere sono presenti nelle maggiori collezioni pubbliche e private a livello internazionale.

 

Paolo Gobbi è nato a San Severino Marche nel 1959. Si diploma in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Macerata, dove insegna dal 1998. Nel decennio precedente ha svolto attività didattica nelle Accademie di Lecce, Milano, Sassari e Urbino. Dalla fine degli anni Ottanta ad oggi ha esposto in mostre personali e collettive sia in Italia che all’estero.

La pittura, nelle sue declinazioni più ampie, costituisce la centralità della ricerca artistica dell’autore: una pittura che non si limita in “citazione anacronistica” del passato ma che accetta il confronto con le istanze sperimentali della contemporaneità. Gobbi pertanto realizza, fino alla metà degli anni ‘90, lavori costituiti essenzialmente da assemblaggi di materiali di recupero, a loro volta connotati con sovrapposizioni di interventi cromatici. Nel decennio successivo, progetta e attua anche diverse esperienze visive, dove l’agire pittorico viene ampliato dal suo confine bidimensionale per espandersi nello spazio architettonico. Nei lavori realizzati dopo il 2005, anche se vi è un ritorno ai supporti di tela, carta e metallo, prosegue la ricerca “severa e rigorosa” che contraddistingue la fase precedente dove un “elementare alfabeto di immagini estremamente semplificate creano un gioco sapiente tra presenza e assenza”.

 

Esposizioni personali e collettive (selezione)

1988: Premio Maratti, Camerano (AN) 1989: Premio Marche, Ancona. 1991: Per una nuova astrazione (personale), Galleria Una Arte, Fano (PU).

1992: Paolo Gobbi (personale), Galleria Contemporaneo Arte, Jesi (AN).

1993: Trasparenze (personale), Galleria Bellosguardo, Cagli (PU).

1994: XXXIV Premio Suzzara, Galleria Civica Suzzara. (MN); L’isola di mare e l’isola di

terra (personale), Centro Luigi Di Sarro, Roma.

1995: Venti avventurosi, Galleria Artiscope, Bruxelles. 1996: Fuori quadro (personale), Galleria l’Idioma, Ascoli Piceno; Beelding,Belfort-Brugge(B). 1997: Paolo Gobbi (personale), Galleria La Virgola, Fabriano (AN); Opificio Piceno

(personale), Ripatransone (AP). 1998: Omnia mutantur, Pesaro. 1999: Segmenti d’autore, Galleria Puccini, Ancona;Corpo di guardia, Bazzano (BO).

1999/2000: Contemporanea, Ferentino (FR).

2000: Alle soglie del sacro, Fabriano (AN); Frammenti (personale), Studio Arte Fuori Centro,

Roma.

2001: 2° Biennale del libro d’artista, Cassino (FR).

2002: Godart, Museo Laboratorio, Città Sant’Angelo (PE); Officina Sibilla, Castello della

Rancia, Tolentino (MC).

2003: Sul bianco (personale), Studio Arte Fuori Centro, Roma; Godart, Museo Laboratorio,

Città Sant’Angelo (PE); 3° Biennale del libro d’artista, Cassino (FR). 2004: Infinitivo (personale), Galleria Contemporaneamente arte, Civitanova Marche (MC).

2005: Importexport, Galleria Bazart, Milano – Palazzo Primavera, Terni – Galleria Installart,

Caserta; Passeggiata effimera, area archeologica, Montegrotto Terme (PD); Fluido

Silenzio (personale), Pinacoteca Civica, Macerata; Godart, Museo Laboratorio, Città

Sant’Angelo (PE).

2006: TraCarte, Museo Civico- Fondazione Banca del Monte, Foggia; Godart, Museo

Laboratorio, Città Sant’Angelo; Mail Art Project, Durham (U K).

2007: Godart, Museo Laboratorio, Città Sant’Angelo (PE); 13 X 17, Galleria Berengo Studio,

Venezia-Murano; Infinitivo (personale), Spazio Aldo Bruè, Milano. 2008: La terra ha bisogno degli uomini, Sala Bianca, Reggia di Caserta; TraCarte 2,

FondazioneBanca del Monte, Foggia – Neue Sachsischer Kunstverein, Dresda (D) –

Galeria BWA Design, Breslavia (PL); LVIII Premio “G. B. Salvi”, Sassoferrato (AN). 2009: TraCarte 3, Fondazione Banca del Monte, Foggia; Godart, Museo Laboratorio, Città

Sant’Angelo (PE); Artisti a Palazzo, Palazzo Borromeo, Cesano Maderno (MI).

2010: LX Premio “G. B. Salvi”, Sassoferrato (AN); In Opera, Palazzo Bonaccorsi, Macerata;

2011: Over forty, Studio Arte Fuori Centro, Roma; 54° Biennale di Venezia-Padiglione Italia-

Marche, Mole Vanvitelliana, Ancona.

2012: Arte Fiera Off, Bologna; Premiata Officina Trevana, Palazzo Lucarini Contemporary

Trevi (PG); Imponderabili presenze (personale), Studio Arte Fuori Centro, Roma;

Borderline, Monteciccardo (PU); Carrà-Gobbi, Galleria Contemporaneamente arte,

Civitanova Marche (MC); La casa di Peschi, Museo Villa Colloredo-Mels, Recanati

(MC); A proposito di arte, Galleria Piazza delle erbe, Montecassiano (MC).

2013: Paolo Gobbi (personale), Galleria La Roggia, Pordenone; L’ospite tiranno, Palazzo

Tiranni, Cagli (PU); Libro d’artista, Museo Beit Hai’r, Tel Aviv (Israele); Tratti da Xenia

(personale), Biblioteca Comunale-Ex Carcere, San Severino Marche (MC).

2014: Pietra, arte e fuoco, Ex Monastero Agostiniani, Corinaldo (AN).

A cura di Paola Ballesi

 

La ricerca artistica di Paolo Gobbi, puntuale e coerente nel corso di un trentennio, di recente ha reso più marcata la costante che nutre la sua poetica: la dialettica presenza/assenza. […] Una presenza ora statica e ingombrante, ora discreta, talvolta addirittura impercettibile, ma comunque in grado di ingaggiare una contesa dialettica. […]

La spazialità oggi emergente dai suoi lavori è profonda e intrigante, dove l’interno si confonde con l’esterno, lo psichico con il geometrico, uno spazio astratto ma ad alto gradiente di tattilità, per lo più abitato da elementi grafici gracili e volatili che intrecciano sottili tracciati vibranti di tensione emotiva. Forte è sempre stato nell’artista settempedano il desiderio di attingere i segreti della pittura per penetrare nel cuore della figurazione creatrice di mondi che solo in essa vengono per la prima volta all’esistenza grazie alla forza espressiva del linguaggio visivo. […] Non deve sorprendere il passaggio di quest’ultimo decennio affidato a composizioni di griglie e segni ortogonali, inserti grafici che vanno a scuotere la neutra quiete della superficie pittorica spazzando via le tremule presenze filamentose dei lavori precedenti. In realtà l’artista apre alla geometria ma per decostruirne la logica destrutturandola in un errare “erratico”. […] E sugli embrioni formali l’artista concentra la ricerca più recente ad alto potenziale dialettico, come se una sorta di garbata ribellione gli imponesse di addomesticare le storiche “linee forza” in linee sinuose ad andamento libero nello spazio, in tracciati a gestazione continua e infinita. Come se dalla logica ortogonale cartesiana, dal principio di identità e dalla sillogistica, dominanti rispettivamente il linguaggio visivo e quello verbale, volesse assicurarsi una via di scampo alla ricerca di nuovi equilibri e nuove connessioni tutte da scoprire. Per questo lo spazio espositivo diventa lo spazio dell’opera, uno spazio-ambiente in cui autore e fruitore intrecciano i loro destini in un incontro del “terzo tipo” con la genesi del visibile. […]

Tracciati appena percepibili che si snodano in sequenze spaziali ritmate nel tempo, che si allungano con lievissime ombre accennando un possibile ‘altrove’, tracciati che per essere captati invocano un environment immersivo nel silenzio pervaso di stupore.

Luciano Leonotti, fotografo, grafico, art director, vive a lavora a Bologna, dove ha fondato lo Studio di progettazioni visive Trasguardo. E’ docente di Fotografia e Grafica Editoriale presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove ha ideato e fondato Urban Reflex , con la collaborazione di Piero Orlandi, rivista fotografica sulle zone periferiche e marginali della città. Ha pubblicato circa quindici volumi tra cui Il Paese delle Vacanze (1985) con testi di Luigi Ghirri e Claudio Marra, I giorni di Bologna (2003) con testi di Roberto Roversi e Italo Zannier, Terra di Genova (2004), con testo di Ruggero Pierantoni, Identità cibo in terra di Capitanata (2010) con testi di Eleonora Frattarolo e Massimo Montanari. Nel 2011 ha partecipato alla 54° edizione della Biennale di Venezia, Padiglione Italia, invitato da Italo Zannier nel Palazzo della Meridiana a Genova. Nel 2013 ha esposto nella SAV Scatti d’opere, per l’inaugurazione della Stazione Alta Velocità di Bologna. Con il libro fotografico e la mostra Casa Morandi nei Fienili del Campiaro, realizzati per il cinquantenario della morte dell’Artista, la Casa Studio Giorgio Morandi viene fotografata e presentata per la prima volta nella sua interezza.

A cura di Elisa Contessotto

 

Il Peccato dell’Eternità

“Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo.” Recita il libro sapienziale dell’Ecclesiaste, al primo versetto del famoso capitolo riguardante il tempo. C’è un tempo per tutto, dice il Qòelet della Sacra Bibbia, ma che cos’è il tempo se non il peccato dell’eternità?

Per raggiungere la sintonia col discorso fotografico di Leonotti la prima necessità è quella di non fermarsi di fronte all’apparente ed efficace immediatezza del messaggio, l’iconica laconicità dei volti, degli spiriti, dei momenti intrappolati di divenire che ci restituisce, quotidiani eppure assoluti. Devo rompere il confine tra una fotografia e l’altra, tornare su di esse dopo averle viste una prima volta, e così una seconda, e una terza; quasi in una sorta di ‘eterno ritorno’. E qual è il risultato di questi passaggi? Un viaggio alla ricerca di qualcosa che è soltanto suggerito, inesplicito ed inesplicato, nascosto dietro le croci e sopra le gradinate, vicino alle persone assiepate, tra le folle anonime e consuete, oltre gli sguardi infastiditi da un sole pallido del giorno di festa.

Un rituale è la struttura di un determinato rito, un complesso insieme di definizioni che scomoda la storia delle religioni, della sociologia e dell’antropologia moderna. È il passaggio di Van Gennep, quella ‘transizione’ dell’uomo che cerca di astrarsi dal mondo per poi reintegrarvisi rinnovato. È quell’imprimatur sociale di cui parlano Durkheim e Malinowski, in cui il totem, il feticcio, l’oggetto di culto viene usato come simbolo, nella sua accezione etimologica di strumento catalizzatore, di facilitatore d’unità tra gli uomini, che così trovano una possibilità d’individuazione, d’essere finalmente parte del tutto sociale, indivisi e pacificati. Il rituale è un atto che porta con sé un sempiterno risultato: agisce sul tempo.

La violenza del quotidiano che sta dietro alle forme, fra le ombre e le folle, tra le carni che si fondono ai vestiti da cerimonia, e tra le cerimonie che cambiano – passando da quelle religiose a quelle non meno sacre delle ‘rappresentazioni’ sociali, – negli ambienti che diventano contesti, nel fondo che s’intreccia al primo piano ci sono a volte citazioni di sintassi visive seicentesche.

In queste fotografie Leonotti afferra per un istante che dura tutto ‘il tempo’ lo spettro del rituale umano che – ben lungi dall’essere metafisico, – parte dalle vette dello spirito per sprofondare nella carne, in quella ricerca del pane quotidiano sulla bocca di ogni devoto e nella mente di ogni laico: sia esso credente, agnostico o ateo.

Il rituale allora diventa qui un discorso d’attimi, in cui la ricerca è doppia, nell’insieme del percorso e nel dettaglio di ogni singola foto c’è l’anelito umano di fermare il tempo, in quella corrente, in quel flusso che passa da una foto all’altra. Un unico Eterno flusso di carni e anime chiamato Umanità.

Elena Giustozzi è nata a Civitanova Marche (MC) nel 1983. Dopo la maturità scientifica si iscriveall’ Accademia di Belle Arti di Macerata dove nel 2008/2009 consegue il diploma di laurea di primo livello in Decorazione. Nel 2011/2012 conclude il corso di studi specialistico in Pittura. Attualmente cultore della materia di: Tecniche Pittoriche (triennio), Tecniche e Tecnologie delle Arti Visive Contemporanee (triennio) e Laboratorio di Tecniche e Tecnologie per la Pittura (biennio) presso l’ABA di Macerata.

 

Workshop

2013 SARNANOSCAPE 1, laboratorio con gli studenti del Liceo Scientifico di Sarnano, sede associata dell’ I.I.S. “A.Gentili” di San Ginesio, e cura della mostra dei lavori realizzati durante il workshop, in collaborazione con l’associazione culturale Spazio Lavì! Di Sarnano

 

Mostre personali

2014 DISLOCAZIONI, Design? Studio Associato, San Benedetto del Tronto, (AP)

2013 TRANCHES DE VIE, Centro Luigi di Sarro, Roma

2012 OPERE 2011-2012, Stile Original Design, Brescia

OPERE 2008-2012, Galleria Comunale Vincenzo Foresi, Civitanova Marche (MC)

RAMMEMORAZIONI, Spazio Mirionima, Accademia di Belle Arti, Macerata

2011 GRISAILLE, Fondazione Culturale diversoinverso, Teatro Il Vicolo, Monterubbiano (FM)

 

Mostre collettive

2014 MCDA 2014, Pala Riviera, San Benedetto del Tronto (AP)

2013 MCDA 2013, Pala Riviera, San Benedetto del Tronto (AP)

2012 PREMIO COMBAT, Museo Civico G. Fattori, Livorno

INTERSEZIONI, Spazio Mirionima, Accademia di Belle Arti, Macerata a cura di R. Cresti e A. Benemia

PREMIO ARTE LAGUNA, Nappe dell’Arsenale, Venezia a cura di I. Zanti

2011 BIENNALE GIOVANI ARTISTI MARCHIGIANI, Galleria Comunale Vincenzo Foresi, Civitanova Marche (MC) a cura di M. Cerolini

LIBERTA’ E DESTINO, Palazzo Buonaccorsi, Macerata a cura di P. Ballesi e R. Cresti

565-590, Area del Castello, Ripe (AN)

2010 PREMIO ARTEMISIA, Mole Vanvitelliana, Ancona a cura di S. Tonti

SALONE DELL’ACCOGLIENZA, Accademia Belle Arti & Mirionima, Macerata

MARGUTTIANA D’ARTE, Galleria Antichi Forni, Macerata

STANZE APERTE, Altidona (FM) a cura di N. Luciani

TESSERE, Polo Museale, Pioraco (MC) a cura di P. Gobbi

McART, Spazio Mirionima, Accademia di Belle Arti, Macerata

MOSAIKO, Ripe (AN)

PRIMAVERA IN ARTE, Galleria Antichi Forni, Macerata

ARTù, Perimetro Provvisorio, Monte san Vito (AN)

2008 TECHNE – IMMAGINI DI PAROLE , Galleria Expo, Senigallia (AN)

MARGUTTIANA D’ARTE, Galleria Antichi Forni, Macerata

2007 SUL MARE, GIOVANI ARTISTI PER FANO ED IL SUO MARE, Istituto Statale d’Arte “Adolfo Apolloni”, Fano; Centro Culturale di Sannois, Parigi; Centro Culturale C.L.A.E., Lussemburgo; Sede D.G.B. di Stoccarda a cura di L. Fabrizi

MARGUTTIANA D’ARTE, Galleria Antichi Forni, Macerata

ESPOSIZIONE COLLETTIVA DEGLI STUDENTI DELL’ACCADEMIA DI BELLE ARTI DI MACERATA, Palazzo del Mutilato, Macerata

2006 ESPOSIZIONE COLLETTIVA DEGLI STUDENTI DELL’ACCADEMIADI BELLE ARTI DI MACERATA, Galleria Antichi Forni, Macerata

FAIR PLAY, Galleria Antichi Forni, Macerata

2005 McART, Accademia di Belle Arti, Macerata

 

Premi e segnalazioni

2012 – Opera segnalata, PREMIO CELESTE 2012

2012 – Premio Business for Art – collaborazione con l’Azienda STILE Original Design di Brescia – PREMIO ARTE LAGUNA, Nappe dell’Arsenale, Venezia

2011 – Premio Pittura, BIENNALE GIOVANI ARTISTI MARCHIGIANI – allestimento di una mostra personale presso la Galleria comunale Vincenzo Foresi, Civitanova Marche (MC)

2010 – Opera vincitrice per la sezione giovani, PREMIO ARTEMISIA, Mole Vanvitelliana, Ancona

– Premio Coturfidi, MARGUTTINA D’ARTE, Galleria Antichi Forni, Macerata

2007 – Opera premiata per la sezione accademica, MARGUTTIANA D’ARTE, Galleria Antichi Forni, Macerata

A cura di Piero Orlandi

 

1
Queste non sono foto di viaggio. Le foto di viaggio cercano di interpretare i luoghi, esplorandone la diversità, l’eccezionalità. Qui sembra piuttosto che siano i luoghi a esplorare la persona che li attraversa, riflettendone lo sguardo carico di interrogativi, perfino di apprensione.

 

2
Elena è una pittrice che spesso ha usato la fotografia di archivio, traendone degli appunti, degli spunti per la sua pittura. In questo caso invece non usa le fotografie che produce, ma si esprime direttamente con esse. Non fa ciò che fecero l’urbanista Gordon Cullen o lo storico dell’arte Federico Zeri, che relegarono la fotografia in un ruolo ancillare delle loro proprie discipline, sfruttandola come strumento, di riproduzione delle pitture in un caso, di sfondo per gli schizzi urbanistici nell’altro. Elena transita dalla pittura alla fotografia, entra nel campo della fotografia cercando di avere da lei qualcosa di diverso da ciò che le dà la pittura.

 

3
Prima di essere una pittura, quel paesaggio c’è, è là, aspetta di essere ritratto. Nel caso delle fotografie, di queste fotografie, il paesaggio non aspetta, è subito ritratto, è subito qui, dentro il nostro occhio-pancia che è la macchina fotografica. E’ già entrato in noi prima che lo vedessimo davvero, prima che ne avessimo il tempo. E adesso lo guardiamo in fotografia, è adesso che lo guardiamo veramente. O meglio, è lui che ci guarda, che sente il nostro umore, la nostra temperatura emotiva, e la modifica, la trasforma in un’altra, diversa da quando gli eravamo davanti e lo fotografavamo.

 

4
A volte è a fuoco il vetro del bus, a volte è a fuoco il paesaggio lontano, l’orizzonte, a volte quello vicino, lungo la strada. A volte è in movimento, a volte fermo. Il paesaggio che sfreccia è il contrario della veduta e del paesaggio incorniciato caro ai giardini cinesi. Là ci sono valori fissi, qui valori mobili, effimeri, transeunti, instabili.

 

5
Vediamo luoghi brumosi, un po’ inospitali, poco densamente popolati, luoghi in un lembo imprecisato della Turchia. C’è poco compiacimento estetico, gli antecedenti di ciò che Elena ci mostra non sono nella letteratura, nell’arte, ma nella geografia, nella politica, nell’antropologia, nella storia. Non posso porre le vedute di Vermeer come antenati di questi paesaggi, né i le prose d’arte dei grandi viaggiatori da Goethe a Stendhal a Piovene; posso invece trovare la stessa necessità di indicare che sta in una carta geografica, la stessa necessità di informare che sta in un manuale di storia: questo luogo è così perché non è mai stato abitato e le ragioni sono queste, gli uomini che lo popolano saltuariamente vivono in questo modo, hanno questi caratteri.

 

6
Elena ha voluto intitolare “familiare” questo lavoro. Perché? Cosa c’è di familiare in un viaggio in Turchia per chi – come lei – non c’è mai stato in precedenza? C’è la ricerca di un punto di luce, di un riflesso, di un’erba, di un sasso che vediamo lì, ma sappiamo che potrebbe anche essere a casa nostra, mille o duemila chilometri lontano, nel nostro Appennino marchigiano che ci manca, da cui veniamo, che portiamo nel cuore, che ci è così familiare. La familiarità vogliamo trovarla a tutti i costi in questi scorci, per sopravvivere in seno a loro, per non averne paura. L’assenza di familiarità spinge alla ricerca di familiarità.

Walter Cascio, nato a Bologna il 9 novembre 1958, vive a Bologna.

 

Mostre Personali

1982 – Bologna, Galleria “Il Navile”.

1986 – Budrio, “Ca’ Ed Metusco”.

1988 – Bologna, Galleria “Biloba”.

1989 – Alessandria, Galleria “Triangolo Nero”.

1992 – Cesena, “Ex pescherie”.

1993 – Saint-Étienne, “La Serre”.

1993 – Salonicco, “Istituto Italiano di Cultura”.

1994 – Bologna, Galleria “San Luca”.

1998 – Pontedera, Galleria “Liba”.

1998 – Bologna, Galleria “G 7”, Variazioni.

2003 – Milano, Galleria “Grossetti Arte Contemporanea”, Walter Cascio Recent Works.

2004 – Bologna, Galleria “G 7”, “Cascio”.

2006 – Londra, “Barbara Behan Contemporary Art”, Touching the void.

2013 – Modena, “Galleria Mies”, Walter Cascio.

Matilde Piazzi nasce nel giugno del 1985 a Bologna, dove vive e lavora.
Dopo aver conseguito il diploma classico si laurea in Storia dell’Arte Contemporanea al DAMS di Bologna con una tesi sperimentale dal titolo: “Cinema e Pittura; uno studio di caso. La trilogia di Elio Petri”.
Durante gli anni dell’università si cimenta, con un gruppo di colleghi e amici, nella realizzazione di pagine web e siti, ispirati al movimento della Net Art, realizzati in occasione di manifestazioni politiche o come pura forma d’arte; a uno di questi lavori la rivista Urban dedica un articolo il 9 novembre del 2007.
Nel 2011 fa da assistente al fotografo IBC Riccardo Vlahov, partecipando ad una campagna fotografica lungo le linee ferroviarie dell’Emilia Romagna per la pubblicazione di un atlante fotografico.
Nel 2012 vince il GECO AWR-The Geometry of the Color, concorso internazionale di fotografia d’architettura. Nel frattempo diventa maestra di Tango argentino e continua a scrivere articoli di critica cinematografica.
Nel 2013 passa alcuni mesi a Londra dove frequenta la Central Saint Martins College of Arts and Design.
Il photobook “Rinascimento” viene selezionato in uno dei più importanti concorsi fotografici internazionali, l’UNSEEN Dummy Award di Amsterdam.


A cura di Paolo D’Alonzo

 

Non c’è viso che non celi un paesaggio sconosciuto, inesplorato, non c’è paesaggio che non si popoli di un viso amato o sognato, che non sviluppi un viso a venire o già passato (Gilles Deleuze e Félix Guattari).

 
Il problema affrontato da queste immagini è quello del rapporto tra viso e paesaggio. Dunque dal punto di vista dell’analisi si tratterà di comprendere la natura di questo rapporto, considerato così come esso si presenta in queste fotografie.
Cosa abbiamo difatti sotto gli occhi, concretamente? Innanzitutto tre elementi: alcuni ritratti, alcuni paesaggi e un montaggio dei primi con i secondi. In che rapporto si trovano tali elementi? La prima impressione è che essi siano messi in rapporto solo estrinsecamente, ovvero a partire dalla loro eterogeneità. In effetti osserviamo che i ritratti sono realizzati in condizioni artificiali, mentre i paesaggi sono colti nell’assenza totale della figura umana. Inoltre il montaggio dei due si riduce a un semplice accostamento, ovvero alla forma più povera del rapporto, quella che agisce meno profondamente su entrambi i termini, rimanendo loro esterna e indifferente. E in questa indifferenza del rapporto rispetto a ciò che vi è ricompreso viene sottolineata e rafforzata a sua volta l’indifferenza reciproca dei due termini. Si osservi ad esempio come lo sguardo dei soggetti sia rivolto altrove: come innamorati in litigio, viso e paesaggio non si guardano. In un primo momento avremmo quindi due elementi eterogenei, volti senza paesaggi e paesaggi senza volti, e un rapporto debole, estrinseco, tra di essi.
Tuttavia, man mano che l’occhio percorre le immagini, inizia a profilarsi qualcosa come un rapporto intrinseco tra viso e paesaggio. Dal punto di vista tecnico ciò è ottenuto da un lato mediante l’impiego e il montaggio dei dettagli, dall’altro attraverso l’associazione e il contrasto tra i tratti espressivi del viso e quelli del paesaggio, e in particolar modo attraverso la definizione di rapporti cromatici ben determinati. Si produce così un doppio divenire incrociato: il viso diventa paesaggio, il paesaggio diventa viso.
Il viso viene steso come una mappa affinché possa mostrarci la sua orografia organica, che siamo invitati a leggere come si leggono le linee di una mano. Dal di sotto di esso emerge un paesaggio: barba e sopracciglia assumono una consistenza quasi vegetale, di arbusto, la superficie della pelle è accidentata e aggrumata come un suolo terroso, la fantasia del vestito presenta una regolarità di stampo organico.
Inversamente, il paesaggio fissa su di noi il suo sguardo inumano. Così l’hotel inclinato è un bastimento sospeso nel bel mezzo di un rollio immaginario, la luce in fondo al sotterraneo e la vegetazione nel riquadro di cemento si spandono appena poco più in là, quasi a portata di mano, in un’invocazione silenziosa che ricorda il giallo dei limoni montaliani. Il paesaggio è raccolto in una postura sempre peculiare, come fosse teso nello sforzo di realizzare un’impossibile espressività inorganica, un richiamo muto. Proprio il colore qui è il segno di un’apertura, di una fiducia che il mondo stesso ci prega di riporre in lui. Occorre notare che il paesaggio qui non è naturale ma perlopiù urbano, o meglio è una «natura urbana»: non si avverte alcuna nostalgia di un passato idealizzato ma solo il sentore di un potenziale tecnico-umano ancora in attesa di realizzazione.
Da un rapporto estrinseco tra viso e paesaggio, dall’iniziale divorzio dei due elementi, a un rapporto intrinseco in cui la materialità naturale del viso e l’espressività muta del paesaggio si richiamano a vicenda, comunicandosi il bisogno che hanno l’uno dell’altro. Perché così come ciascun viso vagheggia il suo paesaggio, ciascun paesaggio vagheggia il suo viso, c’è una fantasticheria materiale, un desiderio o un appello inorganico attraverso cui la natura reclama una presenza umana come completamento o estensione della sua natura: l’uomo come natura della natura. È questo sentimento di convergenza, questo richiamo reciproco che attesta che l’esilio è terminato, e che il Rinascimento può avere inizio.

Nato a Roma nel 1952 Marco Bucchieri ha vissuto in molte città italiane, a Londra e New York. Attualmente risiede nella provincia di Bologna. Attivo sulla scena artistica fin dagli anni ’70, ha sempre alternato il lavoro letterario con una particolare ricerca concettuale affidata per lo più allo specifico fotografico. La ricerca degli anni ottanta, partita da un’espressionismo fotografico risolto spesso in annullamento dell’immagine classica a vantaggio di un risultato simile a pagine di diario consunte dal tempo e dagli elementi (bruciature, sovrascritture, strappi), si è andata – verso la metà del decennio – rivolgendo a lavori sempre più spesso compositivi e concettuali, tramite immagini giocate sull’assemblaggio di elementi di puro segno, in emersione da scenari di contesto paesaggistico stranianti ed evocativi.

A partire dall’inizio degli anni ’90 il suo interesse si è andato sempre più rivolgendo alla poesia visiva, con composizioni ‐ su carte di varie dimensioni ‐ di elementi fotografici, di ritagli e scritture, spesso estremamente rarefatte, in un meccanismo costruttivo analogo ma differente a quello del collage, e a piccoli assemblaggi (dello stesso tipo) all’interno di scatole di legno o di cartone, oltre che alla realizzazione di “libri d’artista”. Dal 2008 si è nuovamente rivolto al mezzo fotografico, utilizzando immagini digitali spesso di grandissimo formato per la realizzazione di lavori ove l’elemento concettuale si articola nel contenuto e nella ripetitività dei temi di volta in volta esplorati. Suoi testi poetici sono apparsi in giornali e riviste tra le quali “Apeiron”, “La Bancarella”, “Zeta”, “La Clessidra”, “Frontiera”, “Origini”, “44 Hertz”, “Iscagrapchics”, in Italia, Stati Uniti ed Europa, e in numerosi cataloghi di artisti contemporanei. Nel 1993 ha realizzato il libretto per l’Opera : Il suono di Enormi Distanze, musicata (per orchestra e tre mezzo‐soprano) dal compositore neo‐zelandese Lyell Cresswell e rappresentata in prima mondiale al Festival Academy Now di Glasgow. Frequentemente invitato a letture pubbliche in festival e manifestazioni di poesia, ha tenuto lezioni sui rapporti tra poesia e arti figurative nelle Accademie di Belle Arti di Milano e Bologna e corsi sperimentali di Scrittura Creativa e Poesia presso scuole medie della provincia di Bologna. Suoi lavori sono presenti in numerose collezioni private in Italia, USA e Turchia, e presso la Galleria d’ Arte Moderna di Cento (FE).

A cura di Carlo Branzaglia

 

La ipertrofica produzione di immagini, e, di converso, la rapidità della loro fruizione, non è di per sé fenomeno da bollarsi con apocalittico sdegno, naturale conseguenza come è di una economia culturale pluricentenaria. Piuttosto, esso ha trasformato le dinamiche di attribuzione di senso, spostandole, polverizzandole, nebulizzandole; pur sempre sotto l’egida di una tranquillizzante (quanto fallace) attribuzione perentoria di significato.

La fenomenologia ci aiuta, a ricostruire strutture di significazione nascoste. Ma è una fenomenologia per certi versi casuale: non ci sono declinazioni, ma diffrazioni di senso, sparpagliate in un universo mediale, all’interno delle quali è difficile cogliere nessi probanti.

Quello che sta facendo Marco Bucchieri è proprio questo: ripercorrere questi nessi, mettendo insieme elementi colti in maniera quasi casuale, registrati o ricostruiti con curiosità e stupore, come se si trattasse di situazioni fortuite o ricostruite con una artigianalità certosina e ostinata, che non ama però fissarsi obiettivi predestinati a priori.

Marco lo sta facendo da diverso tempo, mi sembra: magari sotto le mentite spoglie della serialità di stanze d’albergo abbandonate; nel contrasto di un grattacielo su un golfo; nella virulenza cromatica di sfondi che schiacciano i loro soggetti. Per citare qualche serie passata.

Le serie di questa mostra, nella loro differenza percettiva, ripercorrono l’impigliarsi dello sguardo di Marco: in Audience, il trovarsi all’interno di una scena, soggetto fotografico involontario e casuale, porta per contraltare a scorgere nei volti dei ‘fotografi’ , scolpiti in un bianco e nero solo apparentemente anonimo, le vibrazioni di iconografie estratte dalla tradizione delle arti plastiche occidentali.

Le grandi immagini, a colori, sono figlie di un processo apparentemente senza fondo, a partire da figure completamente decontestualizzate dal loro referente. Qui però Marco gioca con la struttura dell’immagine: su di essa il suo sguardo si impiglia, di nuovo, in una serie di riferimenti, ancora apparentemente casuali, con i protagonisti dell’arte contemporanea.

Sono leggere, le foto, prime testimoni della riproducibilità dell’immagine. Sono leggeri, gli sguardi, abituati a percorrere le affollatissime praterie mediali. Ma sotto questa leggerezza, si nascondono filamenti di senso che si colgono solo col gusto dell’ossimoro, della contraddizione in termini, del trucco (inteso anche come trick, ovvero prova di abilità performativa). Mettendo anche da parte la presunzione di potere, come autore, donare il senso a ciò che si propone; anzi, mettendosi dall’altra parte dell’immagine, o nascondendosi gli orizzonti dietro una leggera cortina di veli.

Gabriele Basilico nasce a Milano nel 1944. Dopo la laurea in architettura (1973), si dedica con continuità alla fotografia. La forma e l’identità delle città, lo sviluppo delle metropoli, i mutamenti in atto nel paesaggio postindustriale sono da sempre i suoi ambiti di ricerca privilegiati. Considerato uno dei maestri della fotografia contemporanea, è stato insignito di molti premi, e le sue opere fanno parte di importanti collezioni pubbliche e private italiane e internazionali.
 
“Milano ritratti di fabbriche” (1978-80), è il primo lungo lavoro che ha come soggetto la periferia industriale e corrisponde alla sua prima mostra presentata in un museo (1983, PAC, Milano).
 
Nel 1984-85 con il progetto “Bord de mer” partecipa, unico italiano, alla Mission Photographique de la DATAR, il grande incarico governativo affidato a un gruppo internazionale di fotografi con l’obiettivo di documentare le trasformazioni del paesaggio francese.
 
Nel 1991 partecipa, con altri fotografi internazionali, a una missione a Beirut, città devastata da una guerra civile durata 15 anni.
 
Da allora, Gabriele Basilico ha prodotto e partecipato a numerosissimi progetti di documentazione in Italia e all’estero, che hanno generato mostre e libri, tra i quali “Porti di mare” (1990), “L’esperienza dei luoghi” (1994), “Italy, cross sections of a country” (1998), “Interrupted City” (1999), “Cityscapes” (1999), “Berlino” (2000), “Scattered City” (2005), “Appunti di viaggio” (2006), “Intercity” (2007).
 
Tra i lavori recenti, “Roma 2007”, “Silicon Valley” (2008, su incarico del San Francisco Museum of Modern Art), “Mosca Verticale”, indagine sul paesaggio urbano di Mosca, ripresa nel 2010 dalla sommità delle sette “Torri Staliniane”, “Istanbul 05.010”, Shanghai 2010, Beirut 2011, Rio 2011.
 
Partecipa alla XIII Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia (2012) con il progetto “Common Pavilions”, su progetto di Adele Re Rebaudengo e realizzato in collaborazione con Diener & Diener Architekten, Basilea.
 
Gabriele Basilico ha intrecciato la sua instancabile indagine fotografica sulla morfologia e le trasformazioni della città e del paesaggio contemporaneo con attività seminariali, lezioni, conferenze, e riflessioni presentate anche con testi scritti.
 
Gabriele Basilico muore a Milano il 13 febbraio 2013

A cura di Giovanna Calvenzi

 

Like a rolling stone

Da Milano, ritratti di fabbriche in poi il lavoro di Gabriele Basilico è un patrimonio collettivo che incontriamo quotidianamente. Rappresenta senza dubbio uno dei fondamenti della nostra cultura visiva e attraversa senza fatica i mondi della fotografia documentaria e di quella “artistica”, dell’architettura, dell’urbanistica, del paesaggio, dell’arte in generale. Quando poi ci si ritrova in consessi maggiormente “addetti ai lavori”, si ricorre volentieri agli indimenticabili dittici con le impronte di sedie (Contact, 1978), che servono a smentire allo stesso tempo il disinteresse di Basilico per la figura umana e per la piccola scala del design. Oppure, più spesso nel mio caso, si recuperano le spettacolari immagini di quella specie di Quinto Stato che è il Parco Lambro (1976), che è un progetto in grado di aiutarci a trovare molte tessere chiave del mosaico basilichiano: la natura politica del suo lavoro, il legame con Milano e la sua cultura artistica, l’attrazione per la plastica dei corpi – qui addirittura in massa – quando diventano essi stessi dispositivi sui quali si riflettono l’immagine e la storia di una città. Questa serie Glasgow. Processo di trasformazione della città invece non si vede mai. Nell’aprire i file ho provato sorpresa e un po’ di vergogna per il fatto di non conoscere (o almeno non ricordare) queste fotografie, di molto precedenti, scattate da un autore appena venticinquenne, immagino ancora molto coinvolto nei suoi studi di architettura. Nelle foto ci sono davvero un sacco di cose: il senso tragico e “di rovina” che ancora permeava le città che avevano subito bombardamenti pesanti durante la seconda guerra mondiale; la disinvoltura mod con la quale gli abitanti più giovani si muovevano con indifferenza tra quelle rovine, calamitati verso un futuro che speravano diverso; la forza delle infrastrutture, discrete nella vecchia versione “rotaia del tram”, per la quale Basilico abbassa il punto di vista quasi a terra, e ben più invasive e arroganti, oscuranti, nel caso dei nuovi viadotti.
Come sarà poi nelle foto del Parco Lambro e in qualche altra occasione, l’autore sembra attribuire un valore particolare alla presenza dei bambini, come fossero attori più naturali e veloci di altri della scena urbana, interpreti perfetti di quella incerta trasformazione cominciata col dopoguerra e ancora in atto che Gabriele si è dedicato a raccontare per tutta la vita. I piccoli abitanti di Glasgow trasformano con indifferenza in spazio da gioco le rovine di un quartiere, la serranda di un negozio atavicamente chiuso, un marciapiede o un viadotto. Sanno by heart che ogni angolo di spazio urbano ha un uso alternativo che loro individuano rapidamente, e sfruttano fino in fondo a fini “sociali”. Già sulla soglia tra architettura e fotografia, Basilico individua il carattere di una città colta “alla sprovvista”, nell’atto di passare dalla prima alla seconda metà del secolo – e quindi da una cultura urbana a un’altra – e la racconta sovrapponendo alla resa sapiente degli spazi e degli edifici la presenza delle persone, che si muovono veloci in uno spazio lento, che abitano già la Glasgow successiva. Siamo in Inghilterra alla fine degli anni ’60, non c’è resistenza al futuro, non c’è nostalgia, e le crepe nella fiducia nella modernità sono ancora visibili a pochi. Tutt’altra cosa rispetto a quello che accade in un lavoro praticamente coevo e legato da mille fili all’opera di Basilico, quello di Paolo Monti su Bologna. Che viene svuotata, allestita, messa in scena, proprio per spettacolarizzare una sfiducia già consolidata nei confronti della cultura spaziale moderna, giudicata inadeguata e incapace di dialogare con il patrimonio storico. Rispetto al quale non si può che adottare un atteggiamento di protezione (“salvaguardia”). Basilico raccoglie l’eredità di Monti e la capovolge completamente, ibridandola con quella dei Becher, dei fotografi americani e francesi, della tradizione pittorica italiana, e trasformandola infine in una macchina per monumentalizzare tutto ciò che monumento non è: le fabbriche milanesi, i paesaggi marginali e incompiuti, I palazzi crivellati di Beirut, le brutte torri di Shangai. Mettendo insieme la sapienza nello scegliere le visioni ravvicinate (i blow up) della trasformazione delle città (in questo caso di Glasgow) e la naturalezza nel ridefinire I criteri estetici dello spazio urbano Basilico ci ha insegnato non solo a comprendere ma a vivere le città del nostro tempo.

 

(Pippo Ciorra, luglio 2013)

 

Glasgow. Processo di trasformazione della città. 1969.

Il 15 giugno 2013, a Parigi, Amos Gitai mi ha mostrato per la prima volta il video che documenta una lunga conversazione, meglio un dialogo, da lui realizzato con Gabriele a Venezia alla fine dell’agosto 2012. A un certo punto Amos gli domanda quando si sia reso conto che la fotografia sarebbe potuta diventare una vera professione e Gabriele risponde raccontando il viaggio a Glasgow. Era il 1969 e Gabriele, ancora studente di architettura, era molto interessato al fenomeno delle “new town”, città di fondazione che stavano nascendo in quegli anni in Gran Bretagna. Avevamo attraversato la Francia dormendo sovente in auto (la 124 di suo padre). Ad Amiens avevo dimenticato tutti i miei soldi in un bagno pubblico così invece di andare in Irlanda, nostra meta iniziale, avevamo optato per le new town e la Scozia. Sulla strada verso Cumbernauld ci siamo fermati alla periferia di Glasgow. Nel film di Amos Gabriele ricorda la sensazione di sofferenza, le case semi abbandonate in attesa di essere demolite, lo strano silenzio, l’assenza di auto e la presenza invece di bambini incuriositi dal nostro arrivo. Gabriele ha fatto una trentina di foto, un rullo 24×36 che porta oggi il numero 61. Abbiamo sviluppato e stampato al nostro ritorno nel piccolo studio che avevamo insieme in via Castelfidardo, a Milano. Nel film (cito a memoria) Gabriele dice: “Le foto dei bambini in particolare hanno attirato la mia attenzione. C’era una relazione forte fra quello che avevo visto e la carta sulla quale le avevo stampate. Era l’esperienza di uno studente che scopriva che la fotografia poteva davvero essere qualcosa di personale”. Non c’è ancora nelle immagini di Glasgow la lucida nitidezza dei suoi lavori futuri ma queste sue prime foto rivelano il suo interesse per il lavoro di Bill Brandt (che in quegli anni gli piaceva molto), un’attenzione partecipe ai fenomeni sociali e la nascente fascinazione per le periferie urbane. L’anno dopo Lanfranco Colombo, che allora dirigeva la Galleria Il Diaframma, in via Brera 10 a Milano, gli ha offerto la possibilità di esporle nello spazio riservato ai giovani fotografi. È stata la sua prima mostra.

 

(Giovanna Calvenzi, 16 giugno 2013)

Marina Mentoni è nata a Treia (MC) nel 1958. Diplomata in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata nel 1981, ha tenuto le sue prime mostre personali nella Galleria del Falconiere di Ancona (1984, 1989), al Centro Mascarella di Bologna (1985, 1987, 1990) e all’Unione Culturale Franco Antonicelli di Torino (1990). Ha esposto con mostre personali e/o collettive, in gallerie e istituzioni pubbliche italiane, tra cui: Per mari e monti arte contemporanea (Macerata 1991, Chiesanuova di Treia 1995 e 1998, Civitanova Marche 2007 e 2009); Galleria Disegno di Mantova (1999, 2004); Palazzo Ducale di Camerino (1992); Basilica Palladiana di Vicenza (1993); Palazzo Lucarini di Trevi (1996, 1999); Ex Convento di S. Maria di Gonzaga (1998); Studio Mascarella e Palazzo dei Notai di Bologna (2000); Chiostro del Bramante di Roma (2000); Pinacoteca Comunale (2004), Fuorizona artecontemporanea (2006), Palazzo Buonaccorsi (2010) di Macerata; Forte Malatesta di Ascoli Piceno (2010); Mole Vanvitelliana di Ancona (2011), Villa Colloredo Mels di Recanati (2012). Ha esposto all’estero, con mostre personali e/o collettive, nella Werkstatt della Galerie EIGEN + ART di Lipsia (1991), a Berlino presso la Galerie caoc (1991, 1992, 1994) e al Kunstamt Kreuzberg/Bethanien (1997); alla Maclaurin Art Gallery di Ayr GB (1993); nella Galerie Schenker di Lucerna (1999); nella Galerie Ursula Huber di Olten CH (2003) e di Basilea (2008, 2009, 2010). Le sue opere sono state esposte in diverse edizioni dell’Arte Fiera di Bologna (Studio Mascarella, Per mari e monti), alla Kunst Zürich (Galerie Ursula Huber) e sono presenti in collezioni pubbliche eprivate.E’ titolare del corso di Tecniche Pittoriche presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata dall’a.a.1989/90. Vive e lavora a Macerata.

A cura di Paola Ballesi

 

L’indagine pittorica di Marina Mentoni è una ricerca sulla spazialità, dove però sono saltati tutti i canoni tradizionali, compresa la questione della lateralità e le sue implicazioni sia per il momento creativo che ricettivo. Quello indagato dall’artista è infatti lo spazio dell’astrazione più radicale che annulla ogni forma di rappresentazione e converte la superficie pittorica in una stesura monocromatica. Si tratta dunque di una spazialità neutra, omogenea, infinita e isotropa cioè indifferente alla direzione, ma che si comporta come un vero e proprio campo di energia diffusa, attraversato da vettori dinamici e forze di resistenza che ne compongono, nella loro tensione più o meno armonica, la struttura. Di qui la fitta rete di segni formicolanti che intessono superfici ad elevatissima entropia, ma in realtà il disordine è solo apparente perché ad uno sguardo ravvicinato la texture risulta armonica ed ordinata, avvincente come la cartografia di una galassia che riproduce in tracce infinitesimali l’equilibrio perfetto di miriadi di corpi celesti immersi negli spazi siderali. Quello stesso ordine che governa la stesura del pigmento e la disseminazione delle tracce emerge con forza anche dalla logica compositiva dei dipinti, risolta in installazioni rigorose e fredde che non concedono nulla alla sfera emotiva e richiamano l’attenzione sul serrato colloquio con le coordinate spaziali dei luoghi che le ospitano e la provocazione dell’environment.

E’ raro trovare un esito più coerente della lezione kandinskyana sul rapporto tra forme, colore e suoni come in queste scale cromatiche dove il colore risuona nelle minimali variazioni tonali, pesca nella profondità viscose del pigmento e riemerge in superficie all’incanto della luce. Ma al pari di ogni ricerca ardita e fuori dagli schemi, l’artista vuole evitare l’incuria del pubblico negligente, già denunciata da Mark Rothko nel 1947 sulla rivista “The Tiger’s Eye”: “ Un quadro vive in compagnia , dilatandosi e ravvivandosi nello sguardo di un visitatore sensibile. Muore per la stessa ragione. E’ quindi un gesto arrischiato e spietato mandarlo in giro per il mondo”. Di qui la sua scelta di centellinare le occasioni di esposizione al pubblico dei suoi lavori che se a uno sguardo superficiale appaiono ostinatamente chiusi in un circuito autoreferenziale in realtà si concedono con arrendevole piacere ad interrogazioni penetranti e appassionate.

Le opere di Marina Mentoni, siano esse dipinti su tavola, su tela o su carta, possono dunque diventare molto loquaci e pregne di significato per chi si dispone con umile pazienza a decrittarle. Le sue incomparabili textures, frutto di un sapiente e consolidato mestiere, sono la cifra unica di un percorso di ricerca che si dipana e si perde nell’intrico dei segni distillati secondo l’alfabeto originario e più elementare della linguaggio visivo modulato sul registro della musica puntuale di Stockhausen. Così spazia dal macro al microcosmo, dalle cartografie di immensi e smisurati spazi cosmici alle minimali ed intime geografie dell’anima sempre all’inseguimento di tracce perdute che proietta con la precisione di Mercatore in semplici superfici dove delinea il perimetro e l’area dello ‘sfondo’ sul quale spiccano tutte le volontà di scrittura, quelle stesse rintracciate con la paziente virtù dell’amanuense dal suo maestro e mentore, Magdalo Mussio. Ciò che svela lo sfondo non lascia indifferenti perché porta alla luce un campo mentale e non un fenomeno ottico, un insieme segnato profondamente e in modo indissociabile dalla natura e dallo spirito, dove il vuoto è annullato da tracciati vitali che trasformano lo spazio nel tempo della vita e viceversa.

Dunque l’investigazione di Marina Mentoni affonda nello spazio ma per raggiungere la dimensione del tempo, per analizzare da vicino quelle coordinate che predispongono il terreno fertile ai germogli della vita, alle sue infiorescenze e alla sua morte. Le ultime opere, più calde e delicate, frutto di un lavoro composito di calcografia e intervento pittorico affidato ad impalpabili carte incollate su tela, documentano la dimensione del tempo restituita attimo dopo attimo nello spazio del dipinto in tutta la sua forza e in tutta la sua fragilità. Sono carte, ma anche cartografie di urgenze esistenziali che esplodono in un pulviscolo di luce cosmica per raccontare di possibili vite e anche di ogni anonima esistenza che resta pur sempre nella memoria dell’universo come un punto luminoso, un raggio di luce. Nate come horti conclusi questi lavori finiscono per diventare giardini dell’anima, luoghi di resistenza alle regole del mercato e del consumo dove vengono conservati semi di speranza e coltivate con amorevole cura tutte quelle spinte vitali, spesso neglette e trascurate, che riconciliano l’uomo con se stesso e con il suo mondo.

Fabio Mantovani. Bologna -Italia- classe 1970. Professionista dal 1996, attivo nella fotografia di architettura e interni, corporate e reportage. Nel settore editoriale ha pubblicato reportage di fotografia documentaria e sociale su varie riviste tra cui Gioia, D-Repubblica delle donne, Style-Corriere della Sera, Grazia, Private, e in campo internazionale Japan Times (JP), Le Monde (F), Ojo de Pez (E), Elements (NL). Le sue foto appaiono su diverse testate di architettura italiane e europee come Ottagono, D-Casa, Il Magazine dell’Architettura, Progetti, AW-Archiworld, Modulor e su vari portali web tra cui Europaconcorsi e ArchDaily. Ha una figlia di nome Anna.

A cura di Sara Marini

 

Con cento case popolari Fabio Mantovani racconta sette progetti – Rozzol Melara a Trieste, Gallaratese a Milano, Forte Quezzi a Genova, Pilastro+Virgolone e Barca a Bologna, Corviale a Roma, Villaggio Matteotti a Terni – o forse, più precisamente, registra attraverso cento scene come le persone attraversano e vivono oggi architetture costruite per essere pezzi di città.

Cento scatti compongono un affresco atopico e relazionale: la posizione delle fotografie non è tesa a raccontare i singoli luoghi, ma una stagione precisa dell’architettura – in buona parte dettata dal Piano Fanfani del 1949 – apparentemente indifferente alle posizioni geografiche. All’osservatore è chiesto prima di perdersi nella grande scena e di ricomporre solo in un secondo momento, attraverso i singoli frammenti, l’immagine dei quartieri.

Lo sguardo di Mantovani insiste lucidamente, senza indecisioni, sul rapporto tra corpo e spazio: non ci sono protagonisti, ci sono relazioni a distanza. Si tratta di architetture legate da un’idea di città, da una politica, soprattutto da un pensiero moderno comune; e poi ci sono gli ospiti di queste strutture, chi si è trovato per scelta o suo malgrado a viverle ed abitarle. Anche l’affresco dei cento scatti invita alla costituzione di una presenza attiva da parte del visitatore, che non assiste passivamente all’esposizione ma può ritrovare attinenze, ricostruire appartenenze, oppure decidere consapevolmente di accogliere lo spaesamento, la moltiplicazione degli sguardi.

 

 

Ambiguamente un pezzo di città e un’architettura

 

La ricerca cento case popolari di Fabio Mantovani è un viaggio che muterà “contenuto” nel suo farsi: le cento case trovate ora nei sette progetti diventeranno nel tempo ancora cento sguardi ma su un numero sempre maggiore di situazioni, fino a far coincidere un unico scatto con un unico luogo. La possibilità di trovare cento case dentro un numero anche variabile di edifici, tutti appartenenti però al momento in cui le città italiane hanno costruito i propri monumenti all’abitare ensemble, sostiene il valore dello spazio, delle situazioni dell’oggi, oltre la testimonianza storica delle opere raccontate. Fabio Mantovani esplora quella che a distanza di quarant’anni possiamo definire una stagione eroica dell’edilizia pubblica o dell’edilizia per tanti. È possibile affermarlo guardando a quello che in seguito è stato il destino progettuale e costruttivo delle case: se si supera la distinzione tra investimento pubblico e privato, il tema dell’abitare, dopo questa vicenda, ha accolto o la via del buonsenso o quella della speculazione edilizia, perdendo tensione verso la ricerca di un senso, di un sogno, di una visione. Non c’è moralismo però negli scatti: l’architettura è lì a raccontarsi per quello che è oggi, colta nel suo essere nostalgicamente e ambiguamente eroica, nel suo voler essere brano di città. I progetti sono carichi di pensiero, un pensiero introverso, attestato sulle questioni dell’architettura e per questo poco interessato ai luoghi. Un pensiero volto a sancire posizioni che, se lette a posteriori e oltre alcuni distiguo evidenti, fanno di queste esperienze un’unica esperienza protagonista di una storia. Questi progetti testimoniano un’interpretazione del mestiere dell’architetto generosamente teso ad interpretare la città, volonterosamente atto a dettarne le direzioni, a volte dimentico di accogliere complessità e contraddizioni.

 

 

Una pacifica convivenza

 

Se l’architettura è sorpresa nel suo attestare un’assoluta fiducia in se stessa, nelle regole della razionalità, ma anche nella forza dell’invenzione, le persone che commentano la scena normalizzano ogni tensione, argomentano una pacifica convivenza. Oltre le polemiche che hanno reso note queste architetture al grande pubblico come condensatori di problemi sociali – attacchi spesso inconsapevoli del peso che ha la collocazione urbana periferica, la maggior parte di questi manufatti nascevano quali porte della città, o dell’incompletezza dell’opera – Fabio Mantovani ritrova una vita normale costruendo un elogio dell’ordinario capace di addomesticare i cosiddetti edifici-mostri nostrani. La vita scorre tra le pieghe dell’architettura in un copione in cui si intrecciano la storia del progetto e la sua quotidiana occupazione. Gli spazi più metafisici sono accolti quali rifugi per la solitudine, l’intreccio dei percorsi disegna modi d’incedere diversi, gli spazi verdi sembrano riflettere la personalità di chi li cura. Siamo di fronte ad una scoperta: quell’architettura – non tutta sicuramente: fa eccezione ad esempio il Villaggio Matteotti, frutto di un processo di partecipazione efficace – che, nel suo ripetersi su grandi estensioni, voleva tutti uguali, anche perché fondata su un’idea di corpo ideale, astratto, solo da misurare, guardata così si trasforma nella misura della diversità umana. Emergono le diverse sfumature degli abiti, le imprecisioni del corpo, il suo movimento, contrapposti ad architetture fondate sulla ripetizione, sul colore come codice per definire l’uso degli spazi e non come modalità di personalizzazione, sulla regola geometrica figlia degli strumenti della rappresentazione, sulla staticità del segno. Non è possibile parlare di sfondo e figura, non si tratta nemmeno di un set per mettere in mostra i diversi mode d’emploi de la vie come decretava Perec. I cento scatti hanno tutti due protagonisti: l’architettura colta nel suo persistere sia come manufatto sia come pensiero e le persone fissate nell’immagine mentre sono in viaggio, cariche di storia che ne disegna i volti, desiderose di attraversare la scena con le proprie cangianti diversità.

Michele Buda è nato nel 1967 a Ravenna, vive e lavora a Cesena. Ha studiato Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo all’Università di Bologna. E’ docente di Fotografia presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna. Ha iniziato ad occuparsi di fotografia all’inizio degli anni novanta partecipando a diverse campagne fotografiche pubbliche.
Nel 2005 e nel 2006 espone prima al Fotomuseum di Winterthur poi al SK Stiftung Kultur di Koln per la mostra “Trans Emilia”; nel 2008 partecipa alla seconda edizione del Premio Fotografia Italiana Arte Contemporanea a Milano, nel 2009 ha luogo la personale “Michele Buda Fotografie” presso la Galleria Senzatitolo di Roma e nel 2010 la personale “9909” presso la Galleria Metronom di Modena. Numerose sono anche le pubblicazioni a cui lavora, legate in particolare a progetti su commissione relativi ad indagini sul territorio. Sue fotografie fanno parte delle collezioni di Linea di Confine per la fotografia contemporanea di Reggio Emilia, dell’IBC della Regione Emilia-Romagna, del Canadian Centre for Architecture di Montréal e del Fotomuseum Winterthur in Svizzera.

A cura di Roberto Maggiori

 

Le Architetture fotografate da Michele Buda riproducono indifferentemente parti di edifici popolari, rintracciabili nelle periferie urbane o nelle zone industriali, così come costruzioni progettate da grandi architetti, quali ad esempio Mies Van Der Rohe e Alvaro Siza. Lo sguardo di Buda è attratto da tipologie costruttive moderne e essenziali in cui l’angolo retto è il perno, anche metaforico, attorno a cui ruota una concezione spaziale ideale promulgata fin dalle Avanguardie storiche della prima metà del Novecento. In quegli anni, influenzati dal contributo di autori come Mondrian e Malevic e dello stesso Mies van der Rohe, gli artisti “moderni” inaugurarono una lunga stagione fatta di composizioni geometriche tendenti all’astrazione, in cui primeggiavano quadrati, triangoli e cerchi perfetti, metafora della progettazione umana “suprema” in grado di sottomettere definitivamente il caos della natura.

Questa fiducia nel progresso tecnologico e nella struttura essenziale è poi ritornata in voga dopo la parentesi Informale con la Minimal art statunitense degli anni ’60 influenzata non a caso proprio da autori come Mies e altri esponenti del Bauhaus trasferitesi negli USA durante il Nazismo. Ed è proprio da una sintesi tra il Minimalismo e la fotografia di paesaggio che prende corpo il lavoro di Buda.

Dall’esperienza del celeberrimo Viaggio in Italia, l’autore cesenate riprende lo sguardo sul territorio declinato in chiave anti reportagistica: questo tipo di fotografia non intende raccontare storie o far denuncie, quanto proporre un paesaggio che parli anche del punto di vista del fotografo, cosciente del condizionamento che la tradizione visiva che lo ha preceduto esercita su di lui. Uno sguardo apparentemente elementare, ma sostanzialmente colto, fatto di citazioni e attenzione per pochi dettagli, capaci di suggerire una lettura del paesaggio contemporaneo, ma anche dello stesso linguaggio fotografico.

E’ qui che si avverte lo scarto con le avanguardie storiche, più propense a urlare i propri proclami, laddove la nouvelle vague fotografica italiana degli anni ‘80, riprese una tradizione “sussurrata”, iniziata in America da fotografi come Atget, Timothy O’Sullivan, Walker Evans e poi Frank, Friedlander, Egglestone, Shore, Baltz e Robert Adams: autori sottili e sagaci che, come scrive lo stesso Adams, si preoccupavano di non “lasciar trasparire alcuna difficoltà” nell’esecuzione dell’opera.

La declinazione italiana di quest’approccio al paesaggio si è accordata con gli spazi più ristretti del nostro territorio e in particolare con le periferie, dove ritroviamo, secondo Paolo Costantini, “un paesaggio in cui si articolano citazioni, rimandi e riflessi delle cose e delle nostre immagini mentali delle cose, sia un approccio distaccato e minimale che uno sguardo romantico o una fascinazione metafisica.” (L’insistenza dello sguardo, Alinari, 1989). La Metafisica, ecco un altro aspetto tutto italiano che ritroviamo in molta della fotografia paesaggistica di questi autori e negli scenari, quasi sempre disabitati, fotografati da Buda.

La propensione minimalista Buda la deriva anche dal lavoro di Guido Guidi, di cui fu allievo: un’attenzione per gli elementi davvero minimi, quasi evanescenti, caricanta di una struttura formale e geometrica che lo avvicina agli esponenti storici della Minimal Art, ad artisti come Donald Judd e Robert Morris o a un precursore del calibro di Rothko, la cui essenzialità può essere ravvisata nelle fotografie a colori di Buda, tendenti al monocromo.

Questo minimalismo rigoroso, ordinato, teso all’astrazione, nelle fotografie di Buda prende l’aspetto di un impianto grafico essenziale, sobrio ed elegante, che trasforma le brutture del paesaggio urbano contemporaneo in un territorio ideale, derivato ovviamente dallo sguardo dell’autore più che da quello “oggettivo” della macchina fotografica. Luoghi anonimi e banali vengono così monumentalizzati dal linguaggio fotografico che inquadra, isola, astrae e decontestualizza il dettaglio cui dare forma.

Queste composizioni sono caratterizzate inoltre da un elemento pressoché centrale presente in quasi tutte le immagini: che sia una canaletta di scolo o un’ombra, lo spigolo vivo di un palazzo o un elemento colorato stagliato su uno sfondo omogeneo, dalle architetture emerge un centro di gravitazione permanente – direbbe Battiato – attorno cui si costituisce lo spazio organizzato dall’autore, non esente da un certo grado di lirismo.

Se negli anni Venti del Novecento l’angolo retto evocava la fiducia nella razionalità e nel progresso dell’umanità, nelle fotografie di Buda appare spesso associato a strutture logore, arrugginite, spigolose, con simmetrie irreali e di conseguenza inquietanti. Come se al pensiero positivista si fosse sostituita la decadenza attuale, deriva cinica di un razionalismo malsano, asservito esclusivamente alle logiche di profitto delle multinazionali.

Contrariamente alle levigate superfici delle pitture suprematiste, che riverberavano gli echi ideali del mito della civiltà industriale, le fotografie di Buda stigmatizzano la condizione della contemporaneità, sintetizzandola in un presente fatto di edifici fatiscenti e in un passato recente da cui provengono invece le architetture dei grandi maestri.

Esposte nello Spazio Lavì, le une di fronte alle altre, queste fotografie di architetture rappresentano il brutto riscattato dallo sguardo dell’autore e l’essenziale come modello di bellezza. Una dialettica espressa in una forma antiretorica, disillusa nei confronti degli ideali presuntuosi delle avanguardie storiche, ma non completamente sfiduciata nei confronti di un equilibrio possibile.

Mili Romano (Siracusa, 1953) è artista e curatrice. Insegna Antropologia culturale all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Si occupa di antropologia urbana e di arte negli spazi pubblici. I suoi interessi si muovono tra letteratura, video-arte, fotografia, installazioni e progetti di arte pubblica. I suoi lavori indagano la memoria dei luoghi e i processi di trasformazione e di progressiva cancellazione degli spazi interni/esterni.

Dal 2005 cura il progetto di public art “Cuore di pietra” (www.cuoredipietra.it) che ha coinvolto la comunità e il territorio di Pianoro (BO) in un lungo percorso di riappropriazione della propria storia e dei propri spazi.
Fra i suoi ultimi lavori artistici, al Mambo (Museo di Arte Moderna di Bologna), da novembre 2011 a gennaio 2012 “Italia”, un progetto di installazione video e performance in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia.
Nel 2007 il suo video-poema Il Rumore del tempo, montato con immagini girate nel 1977 a Bologna in occasione del convegno di settembre contro la repressione, ha cominciato a girare, con collaborazione della galleria NEONcampobase in molti spazi nazionali per l’arte e la cultura.
Fra i progetti di arte pubblica che ha curato: Accademia in Stazione (interventi site-specific di giovani artisti alla Stazione ferroviaria di Bologna, “Per non dimenticare la strage del 2 agosto 1980”); Container, Osservatorio-laboratorio mobile di arte pubblica.

Giovanni Hänninen è nato a Helsinki nel 1976. Metà finlandese e metà siciliano, ha sempre vissuto a Milano. È dottore di ricerca in Ingegneria aerospaziale e collabora con il Politecnico di Milano.
I suoi reportage e ritratti fotografici sono pubblicati su riviste nazionali e internazionali tra cui D di Repubblica, Io donna (Corriere della Sera), M de Le Monde, Vanity Fair, Rolling Stone, Playboy, Riders, L’Officiel e L’Officiel Voyage.
Collabora anche con varie istituzioni tra cui la Filarmonica della Scala, la Camera di Commercio di Milano, l’Istituto Beni Culturali della Regione Emilia Romagna, il dipartimento di Urbanistica del Politecnico di Milano e il Ministère français de l’Écologie, du Développement durable et de l’Énergie.
Ha inoltre curato l’indagine fotografica per due saggi di urbanistica: Milano Downtown e L’abitare collettivo.
I suoi lavori sono stati esposti nelle mostre Milano Downtown e Rendering the City presso lo spazio Assab One e nelle esposizioni collettive Milano, un minuto prima, alla Fondazione FORMA, e Architetture Svelate, presso il Palazzo Giureconsulti, a Milano.
Da piccolo sviluppava i suoi primi scatti nel bagno di casa, trasformato in camera oscura, mentre sognava di diventare un ingegnere. Oggi vuole ancora studiare la realtà come uno scienziato, attraverso una lente. Quella della sua macchina fotografica.

A cura di Arianna Rinaldo

 

Giovanni Hänninen presenta uno sguardo “sospeso” su Milano. Da sopra le teste delle persone, ma non troppo in alto, guarda una città che cerca di cambiare, ancora una volta. È, infatti, da trenta anni a questa parte che, a Milano, si susseguono cantieri di grandi opere. Giovanni Hänninen ha ritratto alcune di queste costruzioni del passato, rimaste lì incompiute, o abbandonate, a testimoniare una sete di trasformazione mai soddisfatta. Accanto a queste, documenta i cantieri delle nuove grandi opere che dovrebbero trasformare Milano nella sede immaginata a ospitare l’Expo del 2015. Un raffronto e un campanello d’allarme sui cambiamenti della città.

Giovanni Zaffagnini (1945) vive e lavora a Fusignano (Ravenna).
Dalle ricerche etnografiche degli anni settanta è passato successivamente alla fotografia di paesaggio, con particolare attenzione agli spazi urbani, all’ambiente e ai vari aspetti della quotidianità, mettendo spesso in relazione la sua opera con altre forme di espressione.
Nel 1986, su progetto di Gianni Celati, è stato fra i curatori della mostra itinerante e del volume Traversate del deserto (Ravenna, Essegi Editore).

 

Mostre (selezione): L’insistenza dello sguardo, fotografia italiana 1839-1989 (a cura di P. Costantini e I. Zannier, Venezia, Palazzo Fortuny, 1989); La matière, l’ombre, la fiction (a cura di J.C.Lemagny, Paris, Galerie Colbert, 1994); Modena per la fotografia (a cura di W. Guadagnini, Modena, Palazzina dei giardini, 1997); 32 Italian Photographers: A tribute to Phyllis Lambert (Montreal, Canadian Centre for Architecture, 1999); Pensèes Sauvages (Sceaux, La Galerie du Petit Chateau, 2003); Herbolarium (Bari, Castello Svevo, 2004); Architettura in Emilia-Romagna nel secondo Novecento (a cura di M. Lupano e P. Orlandi, Bologna, Galleria d’Arte Moderna, 2005); Un Po di particolari (Blue project, Vila Real de Santo Antonio, Portugal, 2007); Tecla (Bolzano, Galleria Foto-forum, 2008); 54° Biennale di Venezia, Pad. Italia, (Reggio E., Chiostri di San Pietro, 2011); Sembianze (a cura di I.Zannier e R.Maggiori, Rep. di San Marino, Museo San Francesco, 2011); Desert Inn (a cura di C.Garzia, Bari, Castello Svevo, 2012); Deserto Km.0 (a cura di M.Isabel Fernandez, Forlì, Biblioteca A.Saffi, 2012); Fin dove può arrivare l’infinito? a Luigi e Paola Ghirri (a cura di D.De Lonti, Rubiera, Linea di confine, 2012).

 

Monografie (selezione): Terra,case,strade,acqua, (Padova, Interbooks, 1992) Tecla (Fusignano, I figli del deserto, 1994), Carte riciclate (Milano, Charta, 2001); Herbarium (Milano, Silvana Ed. 2003); Io vidi. Il paesaggio nella poesia di Dino Campana, (Ravenna, Longo Ed. 2003); Ville dei sogni (Ravenna, Danilo Montanari Ed. 2006); Gli alberi morti, (Ravenna, Danilo Montanari Ed. 2010); A cielo aperto. Nel paesaggio rurale della Bassa Romagna, (Castel Maggiore, Editrice Quinlan, 2011).
Collezioni: Bibliothèque Nationale de France, Paris; Canadian Centre for Architecture, Montreal; Galleria Civica, Modena; Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna, Bologna; Archivio Italo Zannier, Venezia.

A cura di Piero Orlandi

 

“Che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio!”. Le parole sono di Pessoa, o forse di Tabucchi che le ha scelte tra le migliori del suo amato, ma sono anche del fotografo che guarda, e dunque sente, e pensa su ciò che sente, provando un disagio da cui vuole liberarsi, di lì a poco ricadendovi, più spossato di prima. Questa, secondo Giovanni Zaffagnini, è la condanna del guardare. Qualunque sia la cosa che si guarda, anche – e forse di più – se filtrata attraverso i vetri sporchi delle fermate degli autobus e delle cabine telefoniche (quando ci si andava per telefonare). Stiamo lì, assorti, e tra noi e il mondo c’è un fragile schermo, sul quale però facciamo un grande affidamento: lo schermo ci illude di poter difenderci da ciò che vediamo, dagli effetti del sentire, del sentimento. Un sentimento di sconforto per la bruttezza, l’insignificanza di ciò che ci circonda, che sono poi – la bruttezza, l’insignificanza – una specie di condanna che ci colpisce: di non poter trovare salvezza, speranza, appigli per ripartire. Di essere costretti a navigare a vista in un mare di ovvietà, di sciatteria, come quello che sembra coprire e sommergere sempre di più i nostri paesaggi, soprattutto quelli urbani. Che inquietudine vederli! Anche così annebbiati come appaiono attraverso questi schermi dietro i quali ci troviamo, telefonando, rincasando, attraversando la città, anche così sono brutti, non riescono ad avvicinarsi neanche un po’ alla dimensione del sogno, della leggerezza. Restano incombenti, e per sfuggirli l’occhio mette a fuoco – e la lente fotografica fa la stessa cosa – ciò che sui vetri qualcun altro ha provato a sfogare con frasi, parole, post-it per il fratello che leggerà: appunti, richieste d’aiuto, maledizioni, imprecazioni, sospiri d’amore…

E poi, dice Zaffagnini – ce lo dice con queste foto sempre in bilico tra la disperazione e quell’ironia che funge da estrema possibilità di riscatto – questi schermi polverosi, ingrommati, scaracciati, somigliano così tanto all’effetto reale della combinazione tra retina e cervello che agisce nella nostra fisiologia: la retina, che pensiamo registri tutto, e il cervello, che crediamo decodifichi, alla ricerca di una verità oggettiva, una verità dove bianco è bianco, sopra è sopra, davanti è il contrario di dietro, e così via. Fortunatamente ci capita di crederci, attimo dopo attimo. E’ una fortuna, perché solo così ci è concesso di sopravvivere. Anche se non è vero. Anche se i punti di vista, i sentimenti, i condizionamenti agiscono attimo dopo attimo per deformare quella idea, quella speranza di verità che sempre si distrugge e che sempre proviamo a ricomporre, pezzo dopo pezzo, e di nuovo sempre ci sfuggirà di nuovo, e non è crto colpa della nebbiolina di quei vetri sporchi. Che semmai sono una metafora di ciò che ci accade nel quotidiano.

Betty Zanelli è un’artista che lavora principalmente con la fotografia, l’elaborazione digitale e l’installazione. Figlia del critico cinematografico Dario Zanelli , ha studiato a Bologna, dove è nata, diplomandosi in Pittura all’Accademia di Belle Arti. Sul finire degli anni ’80 si è trasferita a New York dove ha vissuto per otto anni. Qui ha sviluppato una ricerca artistica proteiforme che va dall’installazione alla fotografia e ha partecipato a numerose mostre personali e collettive. Tra il 1991 e il 1995 ha partecipato al Project Studio Space Program del P.S.122 ottenendo l’art residency per due anni. Tornata in Italia ha proseguito la propria ricerca artistica e l’attività d’insegnamento. Dal 2000 privilegia la fotografia e la stampa digitale, mezzo con cui indaga l’iconografia popolare e la cultura pop. Continua a viaggiare per approfondire la propria ricerca sui luoghi deputati al divertimento, Luna Park, giostre e attrazioni per bambini.

Scrive di sè: Il mio lavoro ruota attorno ai luoghi deputati al divertimento e dedicati principalmente ai bambini, ma in particolare a quelli abbandonati, in disuso, o che sono al momento deserti, e dove i bambini non compaiono assolutamente mai.  Mi interessa l’aspetto inquietante dei protagonisti di questi giochi che spesso  hanno un aspetto sia invitante e accattivante, con i loro colori sgargianti, sia minaccioso e inquietante. Quasi fossero una metafora del mondo del bambino in cui l’atteggiamento dell’adulto può essere rassicurante e sorridente, ma diventare da un momento all’altro una minaccia. Le immagini riportano ad atmosfere a volte felliniane e a volte lynchiane, dove ambiguità e candore, malizia e innocenza si mescolano lasciando lo spettatore turbato seppur divertito.

Le principali mostre personali e collettive si sono tenute a New York (Newhouse Center for Contemporary Art, Snug Harbor Museum, P.S.122 Gallery, MMC Gallery, Knitting Factory), a Los Angeles (Otis/Parsons Gallery), a Berlino (CAOC Gallery), a Londra (Art Works Space), a Roma e a Bologna (Arco di Rab, Il Graffio, Il Campo delle Fragole, Studio Mascarella, H2O Art Space, Natural-Camera, L’Ariete Arte Contemporanea). Attualmente vive e lavora a Bologna dove è docente presso l’Accademia di Belle Arti.

A cura di Alice Rubini

 

Spesso è solo un dettaglio, o la luce di un luogo con le sue gradazioni, che riescono a magnetizzare la forza di un’emozione e di uno sguardo, a rendercelo in una dimensione che appartiene soltanto a noi stessi, che ci riporta a un tempo diverso, più nostro e indefinibile, un po’ lontano, popolato di ricordi nutriti da una tenera nostalgia. Non sempre legato a un evento ma piuttosto a un momento, a un sentimento, a una percezione che riemerge dal mare quotidiano che mescola e confonde ogni cosa.
E così il tempo reale, quello fissato dallo scatto fotografico di Betty Zanelli, conquista il delicato abbandono ad un gesto di seduzione, in proiezione di qualcosa di incredibile, di emozionale, di profondo, con quella concretezza che appartiene alla percezione delle cose attraverso le più semplici sensazioni umane.
Trovo silenzio e musica, che si alternano in modo quasi conflittuale, ad avvolgere queste immagini, così vivide e intense, che saturano la superficie delle opere. Trovo lo splendore dei colori e la solitudine degli spazi che contraddicono la memoria semplice a cui, di slancio, mi riconducono. Trovo il presente, il passato e un tempo astratto, e mi riconosco in questa eclettica dimensione.
In fondo, è come se quelle sagome ferme ritrovassero il loro movimento nel nostro sguardo, e lì intuisco la gioia del gioco e la dolcezza di averlo dovuto lasciare, ancora con il sorriso sulle labbra, ancora con la voglia di rimanere. Frementi a partire, s’iniziava a muoversi e il desiderio di scendere non arrivava mai, e seppur appagati, questa delusa aspirazione ci accompagnava fino a casa.
C’è qualcosa di assoluto e sorprendente nelle giostre, anche quando rimaniamo lì fermi a guardarle girare, anche quando la musica finisce e qualche piccola voce implora di rimanere ancora. C’è qualcosa di assoluto nel lavoro di Betty Zanelli, nella sua necessità di chiarezza, senza sovrastrutture e senza artifici, nella sua necessità di candore e di purezza di stile, attuato attraverso un lungo percorso di ricerca di luoghi, di sfumature, di circostanze e di atmosfere, e mediato da un’intensità sentimentale, voluta, sentita, vissuta.
Riconosco in lei la capacità di trovare ed esaltare luminose atmosfere e perfette inquadrature, di fissare l’estasi e l’incanto di quei toni e quei riflessi che la sera accendono il cielo, e di sintetizzare quella moltitudine di tante cose che ci inebriava di un divertimento semplice. Una visione d’insieme che rievoca rumori sovrapposti che riempiono la testa e profumi di cose dolci, accattivanti che saturano l’aria e riportano a quel luogo e a quegli oggetti così strani e particolari che hanno dato un passaggio alla nostra infanzia.
Un salto indietro nel tempo che ci affascina ancora, per quell’emozione forte e quella spensieratezza che ci ha attirato e a volte fatto battere il cuore all’impazzata. Sì, lì, davanti a quel castello fantastico, pieno di cavalli e di carrozze e di tanti animali, ci ricordiamo di aver anche scoperto l’angoscia dell’abbandono che inseguiva la felicità di ritrovarsi. Quel girare in tondo aveva in sé un tempo eterno, sconfinato, interminabile, in cui cercare la nostra certezza, il nostro sicuro riferimento, lo sguardo e il saluto di chi ci ha accompagnato che sembrava andasse via per sempre, però poi tornava e il piacere era ancor più intenso perché, dopo un altro giro, l’avremmo ritrovato ancora.
Colgo tutto questo nelle opere di Betty, mi piace questa sovrapposizione di sentimenti che riaffiorano, questa tenerezza e quest’inquietudine latente che procedono nella stessa direzione, anzi, che fanno insieme lo stesso “giro”, trasformando le inquadrature in sottile evocazione. Così come mi piace scoprire, tra i chiaroscuri delle immagini, una serie infinita di rimandi narrativi, letterari e filmici, che si susseguono come frammenti che appartengono ad un universo diverso, come anche leggere tra i titoli delle opere una particolare attenzione alla musicalità, a filastrocche e canzoni dedicate all’infanzia.
La sua irrinunciabile precisione, questa particolare attenzione, questo colmarci d’informazioni, rimangono comunque elementi discreti che fanno parte di un equilibrio estetico e linguistico che aspira a un sentimento positivo. Sono figurazioni che richiedono la nostra resa, la nostra capacità di ritrovare in noi uno sguardo innocente e di condurlo a una lettura poetica e divertita, rincorsa sulla scia delle emozioni.
Ed un particolare esiste con la sua assenza: in queste scene, in questi scatti, in questo rincorrersi di suggestioni, non troviamo anima viva. Non abbiamo indizi, dimensioni, sguardi ed espressioni che vengano rivolti dalla nostra parte, questo vuoto umano è lì e toglie ancor più tempo al tempo, sottrae dimensione e profondità allo spazio, ruba voce ai mormorii in sottofondo. E ci disorienta l’indefinibile spontaneità con cui, comunque, tutto questo noi lo percepiamo.
Ogni scatto è come la pagina di un libro o il fotogramma di una pellicola, con un’interpretazione dominante ed essenziale dettata dalle tematiche soggettive, ed una universale, densa delle sfumature che ognuno vuole trovare. E comunque rimane sempre realtà autentica, elemento fondamentale, oggettiva e soggettiva insieme, assolutamente senza artifici, a dare forma all’incantesimo che dimora oltre il vero, oltre la sua stessa essenza.
Una realtà volutamente stemperata sulla superficie della tela scelta come supporto fotografico per non disperdere la formazione e le origini creative di Betty Zanelli, e, particolarmente, per esaltare la pittoricità dell’immagine, definendo una percezione di dissolvenza dei margini della figurazione, mescolando le ombre e i chiaroscuri ed accentuando ancor più l’atemporalità dell’evento. Questa sua determinazione e soluzione formale rendono quindi l’opera e il concetto ancor più sensibili. Il suo procedere è ineluttabilmente rivolto alla conquista della coscienza e dell’emotività di noi osservatori, con garbata energia e con reverente provocazione.