Mili Romano (Siracusa, 1953) è artista e curatrice. Insegna Antropologia culturale all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Si occupa di antropologia urbana e di arte negli spazi pubblici. I suoi interessi si muovono tra letteratura, video-arte, fotografia, installazioni e progetti di arte pubblica. I suoi lavori indagano la memoria dei luoghi e i processi di trasformazione e di progressiva cancellazione degli spazi interni/esterni.

Dal 2005 cura il progetto di public art “Cuore di pietra” (www.cuoredipietra.it) che ha coinvolto la comunità e il territorio di Pianoro (BO) in un lungo percorso di riappropriazione della propria storia e dei propri spazi.
Fra i suoi ultimi lavori artistici, al Mambo (Museo di Arte Moderna di Bologna), da novembre 2011 a gennaio 2012 “Italia”, un progetto di installazione video e performance in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia.
Nel 2007 il suo video-poema Il Rumore del tempo, montato con immagini girate nel 1977 a Bologna in occasione del convegno di settembre contro la repressione, ha cominciato a girare, con collaborazione della galleria NEONcampobase in molti spazi nazionali per l’arte e la cultura.
Fra i progetti di arte pubblica che ha curato: Accademia in Stazione (interventi site-specific di giovani artisti alla Stazione ferroviaria di Bologna, “Per non dimenticare la strage del 2 agosto 1980”); Container, Osservatorio-laboratorio mobile di arte pubblica.

Giovanni Hänninen è nato a Helsinki nel 1976. Metà finlandese e metà siciliano, ha sempre vissuto a Milano. È dottore di ricerca in Ingegneria aerospaziale e collabora con il Politecnico di Milano.
I suoi reportage e ritratti fotografici sono pubblicati su riviste nazionali e internazionali tra cui D di Repubblica, Io donna (Corriere della Sera), M de Le Monde, Vanity Fair, Rolling Stone, Playboy, Riders, L’Officiel e L’Officiel Voyage.
Collabora anche con varie istituzioni tra cui la Filarmonica della Scala, la Camera di Commercio di Milano, l’Istituto Beni Culturali della Regione Emilia Romagna, il dipartimento di Urbanistica del Politecnico di Milano e il Ministère français de l’Écologie, du Développement durable et de l’Énergie.
Ha inoltre curato l’indagine fotografica per due saggi di urbanistica: Milano Downtown e L’abitare collettivo.
I suoi lavori sono stati esposti nelle mostre Milano Downtown e Rendering the City presso lo spazio Assab One e nelle esposizioni collettive Milano, un minuto prima, alla Fondazione FORMA, e Architetture Svelate, presso il Palazzo Giureconsulti, a Milano.
Da piccolo sviluppava i suoi primi scatti nel bagno di casa, trasformato in camera oscura, mentre sognava di diventare un ingegnere. Oggi vuole ancora studiare la realtà come uno scienziato, attraverso una lente. Quella della sua macchina fotografica.

A cura di Arianna Rinaldo

 

Giovanni Hänninen presenta uno sguardo “sospeso” su Milano. Da sopra le teste delle persone, ma non troppo in alto, guarda una città che cerca di cambiare, ancora una volta. È, infatti, da trenta anni a questa parte che, a Milano, si susseguono cantieri di grandi opere. Giovanni Hänninen ha ritratto alcune di queste costruzioni del passato, rimaste lì incompiute, o abbandonate, a testimoniare una sete di trasformazione mai soddisfatta. Accanto a queste, documenta i cantieri delle nuove grandi opere che dovrebbero trasformare Milano nella sede immaginata a ospitare l’Expo del 2015. Un raffronto e un campanello d’allarme sui cambiamenti della città.

Giovanni Zaffagnini (1945) vive e lavora a Fusignano (Ravenna).
Dalle ricerche etnografiche degli anni settanta è passato successivamente alla fotografia di paesaggio, con particolare attenzione agli spazi urbani, all’ambiente e ai vari aspetti della quotidianità, mettendo spesso in relazione la sua opera con altre forme di espressione.
Nel 1986, su progetto di Gianni Celati, è stato fra i curatori della mostra itinerante e del volume Traversate del deserto (Ravenna, Essegi Editore).

 

Mostre (selezione): L’insistenza dello sguardo, fotografia italiana 1839-1989 (a cura di P. Costantini e I. Zannier, Venezia, Palazzo Fortuny, 1989); La matière, l’ombre, la fiction (a cura di J.C.Lemagny, Paris, Galerie Colbert, 1994); Modena per la fotografia (a cura di W. Guadagnini, Modena, Palazzina dei giardini, 1997); 32 Italian Photographers: A tribute to Phyllis Lambert (Montreal, Canadian Centre for Architecture, 1999); Pensèes Sauvages (Sceaux, La Galerie du Petit Chateau, 2003); Herbolarium (Bari, Castello Svevo, 2004); Architettura in Emilia-Romagna nel secondo Novecento (a cura di M. Lupano e P. Orlandi, Bologna, Galleria d’Arte Moderna, 2005); Un Po di particolari (Blue project, Vila Real de Santo Antonio, Portugal, 2007); Tecla (Bolzano, Galleria Foto-forum, 2008); 54° Biennale di Venezia, Pad. Italia, (Reggio E., Chiostri di San Pietro, 2011); Sembianze (a cura di I.Zannier e R.Maggiori, Rep. di San Marino, Museo San Francesco, 2011); Desert Inn (a cura di C.Garzia, Bari, Castello Svevo, 2012); Deserto Km.0 (a cura di M.Isabel Fernandez, Forlì, Biblioteca A.Saffi, 2012); Fin dove può arrivare l’infinito? a Luigi e Paola Ghirri (a cura di D.De Lonti, Rubiera, Linea di confine, 2012).

 

Monografie (selezione): Terra,case,strade,acqua, (Padova, Interbooks, 1992) Tecla (Fusignano, I figli del deserto, 1994), Carte riciclate (Milano, Charta, 2001); Herbarium (Milano, Silvana Ed. 2003); Io vidi. Il paesaggio nella poesia di Dino Campana, (Ravenna, Longo Ed. 2003); Ville dei sogni (Ravenna, Danilo Montanari Ed. 2006); Gli alberi morti, (Ravenna, Danilo Montanari Ed. 2010); A cielo aperto. Nel paesaggio rurale della Bassa Romagna, (Castel Maggiore, Editrice Quinlan, 2011).
Collezioni: Bibliothèque Nationale de France, Paris; Canadian Centre for Architecture, Montreal; Galleria Civica, Modena; Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna, Bologna; Archivio Italo Zannier, Venezia.

A cura di Piero Orlandi

 

“Che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio!”. Le parole sono di Pessoa, o forse di Tabucchi che le ha scelte tra le migliori del suo amato, ma sono anche del fotografo che guarda, e dunque sente, e pensa su ciò che sente, provando un disagio da cui vuole liberarsi, di lì a poco ricadendovi, più spossato di prima. Questa, secondo Giovanni Zaffagnini, è la condanna del guardare. Qualunque sia la cosa che si guarda, anche – e forse di più – se filtrata attraverso i vetri sporchi delle fermate degli autobus e delle cabine telefoniche (quando ci si andava per telefonare). Stiamo lì, assorti, e tra noi e il mondo c’è un fragile schermo, sul quale però facciamo un grande affidamento: lo schermo ci illude di poter difenderci da ciò che vediamo, dagli effetti del sentire, del sentimento. Un sentimento di sconforto per la bruttezza, l’insignificanza di ciò che ci circonda, che sono poi – la bruttezza, l’insignificanza – una specie di condanna che ci colpisce: di non poter trovare salvezza, speranza, appigli per ripartire. Di essere costretti a navigare a vista in un mare di ovvietà, di sciatteria, come quello che sembra coprire e sommergere sempre di più i nostri paesaggi, soprattutto quelli urbani. Che inquietudine vederli! Anche così annebbiati come appaiono attraverso questi schermi dietro i quali ci troviamo, telefonando, rincasando, attraversando la città, anche così sono brutti, non riescono ad avvicinarsi neanche un po’ alla dimensione del sogno, della leggerezza. Restano incombenti, e per sfuggirli l’occhio mette a fuoco – e la lente fotografica fa la stessa cosa – ciò che sui vetri qualcun altro ha provato a sfogare con frasi, parole, post-it per il fratello che leggerà: appunti, richieste d’aiuto, maledizioni, imprecazioni, sospiri d’amore…

E poi, dice Zaffagnini – ce lo dice con queste foto sempre in bilico tra la disperazione e quell’ironia che funge da estrema possibilità di riscatto – questi schermi polverosi, ingrommati, scaracciati, somigliano così tanto all’effetto reale della combinazione tra retina e cervello che agisce nella nostra fisiologia: la retina, che pensiamo registri tutto, e il cervello, che crediamo decodifichi, alla ricerca di una verità oggettiva, una verità dove bianco è bianco, sopra è sopra, davanti è il contrario di dietro, e così via. Fortunatamente ci capita di crederci, attimo dopo attimo. E’ una fortuna, perché solo così ci è concesso di sopravvivere. Anche se non è vero. Anche se i punti di vista, i sentimenti, i condizionamenti agiscono attimo dopo attimo per deformare quella idea, quella speranza di verità che sempre si distrugge e che sempre proviamo a ricomporre, pezzo dopo pezzo, e di nuovo sempre ci sfuggirà di nuovo, e non è crto colpa della nebbiolina di quei vetri sporchi. Che semmai sono una metafora di ciò che ci accade nel quotidiano.

Betty Zanelli è un’artista che lavora principalmente con la fotografia, l’elaborazione digitale e l’installazione. Figlia del critico cinematografico Dario Zanelli , ha studiato a Bologna, dove è nata, diplomandosi in Pittura all’Accademia di Belle Arti. Sul finire degli anni ’80 si è trasferita a New York dove ha vissuto per otto anni. Qui ha sviluppato una ricerca artistica proteiforme che va dall’installazione alla fotografia e ha partecipato a numerose mostre personali e collettive. Tra il 1991 e il 1995 ha partecipato al Project Studio Space Program del P.S.122 ottenendo l’art residency per due anni. Tornata in Italia ha proseguito la propria ricerca artistica e l’attività d’insegnamento. Dal 2000 privilegia la fotografia e la stampa digitale, mezzo con cui indaga l’iconografia popolare e la cultura pop. Continua a viaggiare per approfondire la propria ricerca sui luoghi deputati al divertimento, Luna Park, giostre e attrazioni per bambini.

Scrive di sè: Il mio lavoro ruota attorno ai luoghi deputati al divertimento e dedicati principalmente ai bambini, ma in particolare a quelli abbandonati, in disuso, o che sono al momento deserti, e dove i bambini non compaiono assolutamente mai.  Mi interessa l’aspetto inquietante dei protagonisti di questi giochi che spesso  hanno un aspetto sia invitante e accattivante, con i loro colori sgargianti, sia minaccioso e inquietante. Quasi fossero una metafora del mondo del bambino in cui l’atteggiamento dell’adulto può essere rassicurante e sorridente, ma diventare da un momento all’altro una minaccia. Le immagini riportano ad atmosfere a volte felliniane e a volte lynchiane, dove ambiguità e candore, malizia e innocenza si mescolano lasciando lo spettatore turbato seppur divertito.

Le principali mostre personali e collettive si sono tenute a New York (Newhouse Center for Contemporary Art, Snug Harbor Museum, P.S.122 Gallery, MMC Gallery, Knitting Factory), a Los Angeles (Otis/Parsons Gallery), a Berlino (CAOC Gallery), a Londra (Art Works Space), a Roma e a Bologna (Arco di Rab, Il Graffio, Il Campo delle Fragole, Studio Mascarella, H2O Art Space, Natural-Camera, L’Ariete Arte Contemporanea). Attualmente vive e lavora a Bologna dove è docente presso l’Accademia di Belle Arti.

A cura di Alice Rubini

 

Spesso è solo un dettaglio, o la luce di un luogo con le sue gradazioni, che riescono a magnetizzare la forza di un’emozione e di uno sguardo, a rendercelo in una dimensione che appartiene soltanto a noi stessi, che ci riporta a un tempo diverso, più nostro e indefinibile, un po’ lontano, popolato di ricordi nutriti da una tenera nostalgia. Non sempre legato a un evento ma piuttosto a un momento, a un sentimento, a una percezione che riemerge dal mare quotidiano che mescola e confonde ogni cosa.
E così il tempo reale, quello fissato dallo scatto fotografico di Betty Zanelli, conquista il delicato abbandono ad un gesto di seduzione, in proiezione di qualcosa di incredibile, di emozionale, di profondo, con quella concretezza che appartiene alla percezione delle cose attraverso le più semplici sensazioni umane.
Trovo silenzio e musica, che si alternano in modo quasi conflittuale, ad avvolgere queste immagini, così vivide e intense, che saturano la superficie delle opere. Trovo lo splendore dei colori e la solitudine degli spazi che contraddicono la memoria semplice a cui, di slancio, mi riconducono. Trovo il presente, il passato e un tempo astratto, e mi riconosco in questa eclettica dimensione.
In fondo, è come se quelle sagome ferme ritrovassero il loro movimento nel nostro sguardo, e lì intuisco la gioia del gioco e la dolcezza di averlo dovuto lasciare, ancora con il sorriso sulle labbra, ancora con la voglia di rimanere. Frementi a partire, s’iniziava a muoversi e il desiderio di scendere non arrivava mai, e seppur appagati, questa delusa aspirazione ci accompagnava fino a casa.
C’è qualcosa di assoluto e sorprendente nelle giostre, anche quando rimaniamo lì fermi a guardarle girare, anche quando la musica finisce e qualche piccola voce implora di rimanere ancora. C’è qualcosa di assoluto nel lavoro di Betty Zanelli, nella sua necessità di chiarezza, senza sovrastrutture e senza artifici, nella sua necessità di candore e di purezza di stile, attuato attraverso un lungo percorso di ricerca di luoghi, di sfumature, di circostanze e di atmosfere, e mediato da un’intensità sentimentale, voluta, sentita, vissuta.
Riconosco in lei la capacità di trovare ed esaltare luminose atmosfere e perfette inquadrature, di fissare l’estasi e l’incanto di quei toni e quei riflessi che la sera accendono il cielo, e di sintetizzare quella moltitudine di tante cose che ci inebriava di un divertimento semplice. Una visione d’insieme che rievoca rumori sovrapposti che riempiono la testa e profumi di cose dolci, accattivanti che saturano l’aria e riportano a quel luogo e a quegli oggetti così strani e particolari che hanno dato un passaggio alla nostra infanzia.
Un salto indietro nel tempo che ci affascina ancora, per quell’emozione forte e quella spensieratezza che ci ha attirato e a volte fatto battere il cuore all’impazzata. Sì, lì, davanti a quel castello fantastico, pieno di cavalli e di carrozze e di tanti animali, ci ricordiamo di aver anche scoperto l’angoscia dell’abbandono che inseguiva la felicità di ritrovarsi. Quel girare in tondo aveva in sé un tempo eterno, sconfinato, interminabile, in cui cercare la nostra certezza, il nostro sicuro riferimento, lo sguardo e il saluto di chi ci ha accompagnato che sembrava andasse via per sempre, però poi tornava e il piacere era ancor più intenso perché, dopo un altro giro, l’avremmo ritrovato ancora.
Colgo tutto questo nelle opere di Betty, mi piace questa sovrapposizione di sentimenti che riaffiorano, questa tenerezza e quest’inquietudine latente che procedono nella stessa direzione, anzi, che fanno insieme lo stesso “giro”, trasformando le inquadrature in sottile evocazione. Così come mi piace scoprire, tra i chiaroscuri delle immagini, una serie infinita di rimandi narrativi, letterari e filmici, che si susseguono come frammenti che appartengono ad un universo diverso, come anche leggere tra i titoli delle opere una particolare attenzione alla musicalità, a filastrocche e canzoni dedicate all’infanzia.
La sua irrinunciabile precisione, questa particolare attenzione, questo colmarci d’informazioni, rimangono comunque elementi discreti che fanno parte di un equilibrio estetico e linguistico che aspira a un sentimento positivo. Sono figurazioni che richiedono la nostra resa, la nostra capacità di ritrovare in noi uno sguardo innocente e di condurlo a una lettura poetica e divertita, rincorsa sulla scia delle emozioni.
Ed un particolare esiste con la sua assenza: in queste scene, in questi scatti, in questo rincorrersi di suggestioni, non troviamo anima viva. Non abbiamo indizi, dimensioni, sguardi ed espressioni che vengano rivolti dalla nostra parte, questo vuoto umano è lì e toglie ancor più tempo al tempo, sottrae dimensione e profondità allo spazio, ruba voce ai mormorii in sottofondo. E ci disorienta l’indefinibile spontaneità con cui, comunque, tutto questo noi lo percepiamo.
Ogni scatto è come la pagina di un libro o il fotogramma di una pellicola, con un’interpretazione dominante ed essenziale dettata dalle tematiche soggettive, ed una universale, densa delle sfumature che ognuno vuole trovare. E comunque rimane sempre realtà autentica, elemento fondamentale, oggettiva e soggettiva insieme, assolutamente senza artifici, a dare forma all’incantesimo che dimora oltre il vero, oltre la sua stessa essenza.
Una realtà volutamente stemperata sulla superficie della tela scelta come supporto fotografico per non disperdere la formazione e le origini creative di Betty Zanelli, e, particolarmente, per esaltare la pittoricità dell’immagine, definendo una percezione di dissolvenza dei margini della figurazione, mescolando le ombre e i chiaroscuri ed accentuando ancor più l’atemporalità dell’evento. Questa sua determinazione e soluzione formale rendono quindi l’opera e il concetto ancor più sensibili. Il suo procedere è ineluttabilmente rivolto alla conquista della coscienza e dell’emotività di noi osservatori, con garbata energia e con reverente provocazione.