Il lavoro raccoglie una selezione di migliaia di scatti realizzati dai fnestrini dei treni, percorrendo l’Italia in lungo e in largo sulle carrozze delle Ferrovie dello Stato. Punti di fuga è un viaggio, un viaggio in treno nel paesaggio italiano attraversato dalla ferrovia.

Questo paesaggio è un paesaggio particolare. La nascita delle strade, il tracciamento delle strade ha creato il paesaggio come noi lo conosciamo. Così la ferrovia. La tracciatura delle linee ferroviarie ha creato un altro paesaggio che è quello che noi percepiamo solo con il viaggio ferroviario.

Perché queste foto ci intrigano tanto? Perché le guardiamo così intensamente? Passando da una all’altra cerchiamo di capire la tecnica di ripresa, individuiamo le costanti operative, ma non ci basta.
Analizziamo i livelli di definizione formale, facciamo attenzione ai primi piani, alle forme sfuggenti, ai colori frammentati. Ci sembra di poter cogliere il punctum, come nella classica definizione di Roland Barthes, in un dettaglio del paesaggio, all’orizzonte… È quindi l’effetto di mosso il segreto di queste immagini? Lo svanire degli oggetti in primo piano a favore della persistenza delle figure in fondo?… Esse non sono per niente casuali: casuale sarà stata la scoperta della novità di una ripresa dal treno in movimento, ma partendo dalla intuizione è stata perseguita una ricerca motivata e rigorosa… Pavone ha viaggiato per anni, percorrendo migliaia di chilometri in treno, producendo immagini dense, dando senso e continuità ad una esplorazione figurativa che è diventata innovazione linguistica e analisi paesaggistica inedita… La figura, il punctum rilevante, non è in primo piano, dove domina il mosso delle forme transeunti, è invece nel fondo dell’immagine… Le immagini sovvertono la nostra abitudine alla nitidezza fotografica: lo scarto visivo, l’inattesa vaghezza delle parti mosse, ci costringono a percorrerle ripetutamente analizzando la visione che ci appare fuggente… In questo inquieto vagare del nostro sguardo, il paesaggio, nei suoi monumenti o nella visione di costruzioni umili e quotidiane, viene valorizzato straordinariamente. La novità linguistica degli effetti di mosso applicati alle vedute dai treni in corsa non è fine a sé stessa, ma è la base per un discorso in forme nuove sul paesaggio italiano… Un paesaggio visto dinamicamente, che non può essere contemplato con lo spirito del turista, che può sostare e scegliere quel che gli interessa, ma che nasce da uno sguardo, per così dire, in fuga, che pur volendo osservare deve cogliere la finestra temporale che gli consente di intravedere qualcosa di significativo e lontano tra gli elementi fermi del suo scompartimento e quelli, all’esterno, in movimento… Il dialogo tra il primo piano sfumato e la nitidezza all’orizzonte sottolinea che il nostro vedere è sempre relativo… La certezza della prospettiva ad unico punto di fuga si disgrega e si moltiplicano i dettagli visivi che il nostro sguardo insegue. Non è immediata la riflessione che il paesaggio non è affatto in fuga, e che in realtà è il fotografo con la sua camera che viene “mosso” dal treno che lo ospita. Una considerazione finale che, sottolineando l’efficacia del linguaggio e della tecnica di ripresa, segnala la novità di questo discorso sulla realtà dell’Italia di oggi.

Enzo Velati

A Castiglion Fiorentino di sera sull’oscuro del cielo al tramonto una lampada della carrozza si riflette come una luna. Tra Orvieto e Terni un paesaggio con cipressi verde, giallo, marrone, e azzurro fa pensare a Corot o ai Macchiaioli… Ma il viaggio è lungo e intrigante. Ogni pezzo di paesaggio è un pezzo di vita che fugge, forse per non ritornare, mentre i toponimi anche si rincorrono, in una identità rafforzata dal viaggio in ferrovia con le sue innumerevoli e fuggevoli tappe…

Dino Borri

La mostra è composta di trenta fotografie eseguite da Stéphane Asseline nel corso di una residenza d’artista presso Spazio Lavì! a Bologna, nel novembre 2019. Si tratta di diciotto paesaggi urbani e di dodici ritratti di richiedenti asilo e rifugiati accolti in appartamenti e strutture di Arcisolidarietà Bologna e Antoniano Onlus. Essi hanno accettato di incontrare Asseline e di farsi fotografare in luoghi della città che “abitano” e che essi stessi gli hanno indicato: la propria casa, il lavoro, un posto caro.

Sono tutti residenti a Bologna e provenienti da paesi differenti, ognuno con una storia personale, un passato ed un futuro da raccontare. Che infatti hanno raccontato in brevi testi manoscritti che accompagnano i loro ritratti.

Il lavoro fotografico di Asseline, esigente nella ricerca formale come nell’impegno civile, si era già cimentato alcuni anni fa in un lungo progetto in collaborazione con Villeneuve-Saint-Georges, uno dei comuni dell’agglomerazione parigina in cui si accumulano inestricabilmente problemi sociali, economici e spaziali. Le foto relative sono state esposte nel mese di novembre del 2019 alla Sala Cavazza del Quartiere Santo Stefano e la mostra che si presenta a Lavì! City si pone in diretta relazione con quella, in quanto è il frutto dello stesso metodo di ricerca applicato alla realtà urbana bolognese. Il progetto fotografico è sostenuto dal Quartiere Santo Stefano, all’interno del programma delle attività di cui al Bando delle Libere Forme Associative per il 2019.

Diplomato alla École Nationale Supérieure Louis-Lumière, Stéphane Asseline apre il suo studio fotografico a Parigi nel 1993. Porta avanti un lavoro autoriale e la realizzazione di commissioni pubblicitarie nel settore della natura morta e del ritratto. Poco a poco si converte a una fotografia più lenta e più documentaria, dove oggi si mescolano commissioni sull’architettura e il patrimonio culturale e un lavoro d’autore orientato soprattutto verso le questioni sociali, le trasformazioni urbane, delle memorie e delle identità.

Trasmesse oralmente per generazioni, le leggi del Kanun – o codice – di Lekë Dukagjini sono state per più di cinque secoli il fondamento del comportamento sociale e di auto-governo per i clan del nord dell’Albania, anche quando la regione era ufcialmente sotto il dominio Ottomano. Si tratta di leggi, consuetudini e valori che si sono evoluti per molti secoli, sia prima che dopo l’esistenza (1410-1481) del personaggio storico a cui sono attribuite. Alcune, in particolare quelle riguardanti il concetto dell’onore, che regolano le faide di sangue, potrebbero aver avuto origine dagli Illiri, gli antenati degli Albanesi. Il Kanun fu codifcato e scritto in una forma comprensibile ed efcace per la prima volta negli anni venti del Novecento da un prete Francescano, Shtjefën Gjeçov. Nonostante i tentativi di abolirne l’autorità durante i cinquant’anni di dittatura comunista di Enver Hoxha, i precetti del Kanun continuano ad esercitare un’infuenza signifcativa, soprattutto tra i cattolici che abitano gli altipiani del Nord. Quest’infuenza diventò particolarmente evidente durante le crisi politiche e sociali degli anni 90, quando gli abitanti degli altipiani settentrionali dovettero afrontare il crollo dell’autorità centrale del paese e si rivolsero quindi spontaneamente al Kanun in cerca di una guida. Oggi la maggior parte degli abitanti degli altipiani si è spostata in altre località dell’Albania o è emigrata. Poiché la popolazione proviene da una struttura sociale basata sulla famiglia estesa, sul clan, prova scarso rispetto nei confronti di qualsiasi autorità che non sia la gerarchia familiare. Alcuni clan hanno distorto i valori originali del Kanun e usano i concetti di ‘onore’ e di ‘fedeltà familiare’ per svolgere attività illegali in ambito internazionale (dall’omicidio a contratto, al furto a mano armata, alla prostituzione, al trafco di armi, persone e stupefacenti) così come la siciliana Cosa Nostra ha stravolto le proprie tradizioni. Questa è la storia di un popolo legato al proprio passato e dilaniato dalle contraddizioni che emergono afrontando la realtà dell’inizio del nuovo millennio. Questa è la storia di un museo ancora vivo: la terra del passato vivente. Le fotografe presentate in questa mostra sono state scattate tra il 1992 e il 2000. Il libro presente in galleria è un tentativo di far luce su un’enclave relativamente piccola dell’area balcanica e per poter comprendere di più su questa afascinante area dell’Europa.

a cura di Eleonora Frattarolo

 

L’installazione che Sima Shafti ha creato per il piccolo spazio Lavì è un condensato della poetica e delle forme sperimentate e raffinate negli ultimi dieci anni, un periodo di tempo in cui l’artista iraniana ha spesso realizzato interventi in spazi complessi attivando una poetica e una pratica performativa di grande rigore e intensità. Penso ad esempio all’intervento del 2016 nella Rocchetta Mattei (Stanze della meraviglia. Esotismo, fantastico, incanto nella Rocchetta Mattei), quando in una piccola stanza circolare, con la creazione di un “tappeto” di pigmenti naturali e di fili di lane e di sete, Shafti ridiede vita ai versi del grande poeta Sohrab Sepehri (1928-1980) in difesa delle acque, della Natura, della fecondità della Terra. E sempre, oltre che nelle declinazioni della morfologia del tappeto, il lavoro si dipana nel solco della tradizione della sua terra, dove calligrafia, poesia, musica, corroborano energie vitali e spirituali. Solo chi abbia visto esemplari di antichi manoscritti miniati persiani, solcati da mirabili trasmutazione di caratteri farsi, può comprendere a cosa alluda in quella cultura la scrittura che diviene ritmo, oscurità, luminescenza, rivelazione e apoteosi della bellezza. Solo chi abbia assistito alla lettura di versi sulle tombe dei Poeti da parte di iraniani a noi contemporanei, può afferrare il segreto di una poesia immanente e vitale. Così Shafti, con cura, con cautela, con emozione ragionata, costruisce tappeti, che sono paradisi, che sono recinti, giardini, luoghi dell’origine in cui avviene l’osmosi tra natura e spiritualità, tra materiali e suono. Ogni sua opera è inscindibile dal suono, che la rende compiuta.
Nei laboratori artigianali di tessitura-racconta Sima- c’è l’usanza di “cantare” i colori. Il lettore intona letteralmente con la voce una “mappa”, delle istruzioni che descrivono il tappeto da creare, e il tessitore, seguendo dei veri e propri ritmi, esegue, nodo per nodo. Essendoci tradizionalmente questa componente musicale nel processo di produzione dei tappeti, ho voluto inserire una colonna sonora per l’opera, fatta di suoni di acqua corrente, vento, legno che brucia e ovviamente un canto originale. In sottofondo si sentirà il picchiettio della dafieh, il pettine di metallo che si usa per stringere le trame del tappeto”. Diversamente da ciò che avviene in altre culture, in Iran l’arte contemporanea è aggiornatissima sui modelli occidentali e pure profondamente legata alla tradizione persiana e zoroastriana. E certo, i procedimenti di Sima Shafti contengono rimandi, memorie, valutazioni, analoghi a ciò che connota i volti e le narrazioni, o le combuste archeologie dell’immagine e della scrittura, di una Shirin Neshat o di un Barbed Golshiri…