Giuseppe Pavone [Bari, 1955]. Ingegnere, si occupa di fotografa di paesaggio. Ha pubblicato diversi libri fotografci tra cui Ferrovieri e immagini, 2002; Sguardi oltre, 2003; Storia e Arte del cimitero monumentale di Bari, 2003; Viaggio parallelo, 2005; Lavori in corso, 2006; La luce del paesaggio, 2011; Un racconto dei luoghi, 2012; Herbarium, 2016; punti di fuga, 2018. Fondatore del Centro Ricerche per la Fotografa Contemporanea, dal 2005 conduce un’organica indagine sul territorio, con particolare attenzione alle periferie. In questo ambito ha curato e realizzato, con Enzo Velati, diverse pubblicazioni. A novembre 2014 viene invitato a Ravenna a tenere un intervento nell’ambito del Convegno di studi “Sguardi fotografci sul territorio: progetti e protagonisti fra storia e contemporaneità in Italia”, organizzato dalla SISF e dall’Università di Bologna. Con lo scrittore Lino Angiuli cura da alcuni anni il progetto foto-letterario Scatti di poesia, promosso dal Ministero per i Beni Culturali. Per la Cooperazione Territoriale Grecia-Italia 2007-2013, ha lavorato al progetto europeo Bridges of history and tradition sulla mappatura dei ponti del sud Italia.

Il lavoro raccoglie una selezione di migliaia di scatti realizzati dai fnestrini dei treni, percorrendo l’Italia in lungo e in largo sulle carrozze delle Ferrovie dello Stato. Punti di fuga è un viaggio, un viaggio in treno nel paesaggio italiano attraversato dalla ferrovia.

Questo paesaggio è un paesaggio particolare. La nascita delle strade, il tracciamento delle strade ha creato il paesaggio come noi lo conosciamo. Così la ferrovia. La tracciatura delle linee ferroviarie ha creato un altro paesaggio che è quello che noi percepiamo solo con il viaggio ferroviario.

Perché queste foto ci intrigano tanto? Perché le guardiamo così intensamente? Passando da una all’altra cerchiamo di capire la tecnica di ripresa, individuiamo le costanti operative, ma non ci basta.
Analizziamo i livelli di definizione formale, facciamo attenzione ai primi piani, alle forme sfuggenti, ai colori frammentati. Ci sembra di poter cogliere il punctum, come nella classica definizione di Roland Barthes, in un dettaglio del paesaggio, all’orizzonte… È quindi l’effetto di mosso il segreto di queste immagini? Lo svanire degli oggetti in primo piano a favore della persistenza delle figure in fondo?… Esse non sono per niente casuali: casuale sarà stata la scoperta della novità di una ripresa dal treno in movimento, ma partendo dalla intuizione è stata perseguita una ricerca motivata e rigorosa… Pavone ha viaggiato per anni, percorrendo migliaia di chilometri in treno, producendo immagini dense, dando senso e continuità ad una esplorazione figurativa che è diventata innovazione linguistica e analisi paesaggistica inedita… La figura, il punctum rilevante, non è in primo piano, dove domina il mosso delle forme transeunti, è invece nel fondo dell’immagine… Le immagini sovvertono la nostra abitudine alla nitidezza fotografica: lo scarto visivo, l’inattesa vaghezza delle parti mosse, ci costringono a percorrerle ripetutamente analizzando la visione che ci appare fuggente… In questo inquieto vagare del nostro sguardo, il paesaggio, nei suoi monumenti o nella visione di costruzioni umili e quotidiane, viene valorizzato straordinariamente. La novità linguistica degli effetti di mosso applicati alle vedute dai treni in corsa non è fine a sé stessa, ma è la base per un discorso in forme nuove sul paesaggio italiano… Un paesaggio visto dinamicamente, che non può essere contemplato con lo spirito del turista, che può sostare e scegliere quel che gli interessa, ma che nasce da uno sguardo, per così dire, in fuga, che pur volendo osservare deve cogliere la finestra temporale che gli consente di intravedere qualcosa di significativo e lontano tra gli elementi fermi del suo scompartimento e quelli, all’esterno, in movimento… Il dialogo tra il primo piano sfumato e la nitidezza all’orizzonte sottolinea che il nostro vedere è sempre relativo… La certezza della prospettiva ad unico punto di fuga si disgrega e si moltiplicano i dettagli visivi che il nostro sguardo insegue. Non è immediata la riflessione che il paesaggio non è affatto in fuga, e che in realtà è il fotografo con la sua camera che viene “mosso” dal treno che lo ospita. Una considerazione finale che, sottolineando l’efficacia del linguaggio e della tecnica di ripresa, segnala la novità di questo discorso sulla realtà dell’Italia di oggi.

Enzo Velati

A Castiglion Fiorentino di sera sull’oscuro del cielo al tramonto una lampada della carrozza si riflette come una luna. Tra Orvieto e Terni un paesaggio con cipressi verde, giallo, marrone, e azzurro fa pensare a Corot o ai Macchiaioli… Ma il viaggio è lungo e intrigante. Ogni pezzo di paesaggio è un pezzo di vita che fugge, forse per non ritornare, mentre i toponimi anche si rincorrono, in una identità rafforzata dal viaggio in ferrovia con le sue innumerevoli e fuggevoli tappe…

Dino Borri